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(Laura Mor/Jordi Llisterri –CR/Terrassa)  Fuori della sua diocesi o degli ambienti ecclesiastici molti avrebbero difficoltà a dire chi è il vescovo di Terrassa. Come se esistessero solo i vescovi delle grandi città catalane o che siano protagonisti di effimere polemiche di stampa. Nel 2001 Josep Àngel Saiz Meneses fu nominato vescovo ausiliare di Barcellona con il cardinale Ricard Maria Carles e nel 2004 fu nominato primo vescovo di Terrassa. Non ha avuto molta visibilità con interviste e dichiarazioni ma ciò non significa che non abbia lavorato molto per strutturare una diocesi di nuova creazione. Ha avuto anche diverse responsabilità nella Conferenza episcopale spagnola e a febbraio è stato eletto membro del Comitato esecutivo. Prosegue con lui il ciclo di interviste ai vescovi catalani.

Quali conseguenze ha avuto il Covid-19 sulla diocesi?

La pandemia è stata come una fortissima scossa ma abbiamo cercato di proseguire la missione pastorale della Chiesa. L’ambito della parola – catechismo, formazione, celebrazioni… - durante il lockdown è stato portato avanti per via telematica con fantasia e creatività. È proseguita anche l’azione caritativa e sociale e la Caritas ha avuto più lavoro che mai. Ho avuto due esempi come ispirazione. Il cardinale Van Thuan quando era in prigione, poteva celebrare solo con un pezzettino di pane e qualche goccia di vino. E S. Giovanni della Croce che in prigione ha composto la maggior parte del Cantico spirituale, che è lo scritto più sublime di spiritualità e mistica. In altre parole, nella situazione in cui siamo dobbiamo guardare avanti. Con resilienza, che non significa solo resistere, ma resistere e prendere slancio per andare avanti. Ora questa parola va molto di moda, ma noi cristiani l’abbiamo usata consapevoli che Dio ci ama in ogni situazione e che in questi momenti ci dà forza e aiuto. Non vuol dire che non costi però così è facile alimentare la speranza e continuare l’azione pastorale.

Quest’anno si è dovuta ridurre molto l’attività?

Nel complesso l’azione della Chiesa va avanti, non si è fermata. Con il vescovo ausiliare Salvador Cristau, alla ripresa delle attività annuali abbiamo scritto questa piccola riflessione. Primo, possiamo mettere come icona del lockdown la tempesta placata da Gesù, quando dice ‘non abbiate paura’. L’icona è quella del Duc in altum, prendi il largo, con fiducia nel Signore e nelle persone con cui condividiamo il cammino. Secondo, essere consapevoli dell’espressione dell’Apocalisse ‘Io faccio nuove tutte le cose’. Ho tratto molta ispirazione anche della figura di San Gregorio Magno: dovette combattere contro epidemie, esondazioni del Tevere, l’invasione longobarda… E che fece? Si rinchiuse spaventato? No. Evangelizzò i longobardi e riorganizzò l’Europa con l’aiuto di San Benedetto e dei benedettini. Fu proattivo di fronte alle difficoltà. Lungo la storia nei momenti difficili ci sono sempre state persone che hanno saputo guidare gli altri e sono state minoranze creative. In terzo luogo, in questo momento dobbiamo vivere l’accompagnamento, nell’azione formativa della Chiesa e con mezzi nuovi, alle persone più povere e fragili, accompagnamento spirituale e personale, accompagnamento liturgico e delle celebrazioni. E soprattutto prestare aiuto alle persone più sole e agli anziani.

Terrassa è una diocesi con realtà socioeconomiche che vanno da un estremo all’altro. Ci sono alcune delle città più ricche e più povere della Catalogna. Di quali risposte c’è bisogno ora?

Dopo la crisi sanitaria è iniziata una crisi economica che sarà molto dura e molto lunga. La Caritas deve moltiplicare la sua azione. Con le amministrazioni locali c’è una buona collaborazione. Noi facciamo quello che possiamo e ci piacerebbe poter fare molto di più. Una grande opera caritatevole e sociale è creare posti di lavoro. Alla Caritas abbiamo l’impresa di inserimento lavorativo Apasomi ma è un piccolo ambito. La creazione di posti di lavoro tocca agli imprenditori, e agli imprenditori cristiani, mentre l’azione della Caritas è più assistenziale, di promozione e preparazione delle persone perché possano trovare lavoro e anche di denuncia e di presa di coscienza.

Il vescovo ha una certa autorità, qui?

Direi di sì, se intendiamo l’autorità come servizio. Sono passati quei tempi… Ma certo la Chiesa, non il vescovo, ha ancora una rilevanza sociale. A parte la sua specifica missione evangelizzatrice e pastorale, ha ancora un ruolo di coesione sociale. La Chiesa ha un’importanza educativa, culturale, sociale… I cattolici praticanti non sono il 100%, nemmeno lontanamente, e quanto vorremmo avvicinarci a loro, ma la grandissima maggioranza degli abitanti del Valles culturalmente sono cattolici e di tradizione cattolica. Il peso e l’influenza della Chiesa va oltre la pratica domenicale.

Uno dei temi che ha dovuto affrontare come membro del Comitato esecutivo della Conferenza episcopale spagnola è l’ennesima riforma della legge sull’educazione. Le scuole religiose concertate [n.r.: le scuole concertate sono simili alle paritarie in Italia ma hanno contributi pubblici] si oppongono. Qual è la prospettiva con la cosiddetta Legge Celaá?

Senza entrare in ambiti politici o di partito, che possono essere a favore o contro, la legge ha dei limiti. Per quanto riguarda la disabilità, chiunque conosca l’ambiente scolastico sa che è molto difficile che persone disabili possano progredire e maturare come gli altri bambini. Sono velocità e processi d’apprendimento molto diversi. Quanto all’insegnamento della Religione, il rischio è che finisca per inedia. Non si può toccare perché ci sono accordi Stato-Chiesa ma se si mettono tanti ostacoli e problemi alla fine non si iscriverà nessuno. Metti matematica nelle stesse condizioni in cui si sta mettendo religione e vediamo chi si iscrive.

E con la scuola concertata qual è il problema?

Il finanziamento. La scuola concertata è un diritto e non si può soffocare fino a che arriva il momento in cui deve chiudere perché non può sopravvivere. Vietare i contributi o escludere la scuola concertata da aiuti e borse di studio significa affogarla. E questo è incostituzionale e ingiusto, perché è una scuola di iniziativa sociale. Non è una scuola per fare affari. È un servizio che agevola il diritto dei genitori che vogliono un’educazione concreta per i propri figli. Sono tutti aspetti migliorabili.

I vescovi non hanno guidato la protesta contro questa legge né sono apparsi allineati ai partiti politici contrari. A differenza di altre occasioni, non sono stati molto combattivi.

Si sta trattando. La legge sull’educazione dovrebbe essere un accordo complessivo e lasciare da parte i partitismi, altrimenti non dura. La Conferenza episcopale ha fatto proposte concrete. Dobbiamo trovare una via d’uscita dignitosa. La legge ha ancora strada da fare, non la diamo per conclusa.

Nell’attuale situazione politica in Catalogna, come Conferenza Episcopale Tarraconense si è detto abbastanza?

Ci sono realtà molto variegate. Per esempio, in metà della diocesi di Terrassa – il Vallès Occidentale – e buona parte di Barcellona e Sant Feliu le opzioni politiche dei fedeli sono molto varie. Grosso modo (originale in italiano, ndt) metà e metà. Altre diocesi più interne sono più indirizzate verso una parte concreta. Tortosa ha una parte di territorio in Catalogna e il resto nella provincia di Castelló (Valencia). Armonizzare tutto questo non è facile. Perciò il modo di poter essere d’accordo e di offrire una parola di pastori deve essere sempre quello di uscire dal terreno più propriamente politico e metterci sul piano pastorale e dei princìpi. Dei princìpi della Dottrina sociale. Come dice Papa Francesco o Benedetto XVI nella Caritas in veritate, la Chiesa non ha soluzioni tecniche per l’economia, quello che può offrire sono princìpi che provengono dal Vangelo e sono raccolti nella Dottrina sociale della Chiesa. Se non abbiamo soluzioni tecniche per l’economia, figuriamoci per la politica!

Però alcuni settori ecclesiali considerano insufficiente l’impegno della Chiesa.

Qui abbiamo avuto richieste di fare una preghiera per i prigionieri indipendentisti in una chiesa e anche per celebrare messe per l’unità della Spagna. Sono state permesse entrambe. Sono cattolici praticanti gli uni e gli altri. Dalla prima volta che ho considerato questa vicenda, ho seguito questo criterio pastorale: nelle chiese e nei locali parrocchiali non consentire alcuna attività che abbia connotazioni politiche, di qualsiasi colore. Ne abbiamo parlato nei consigli diocesani, non sono cose mie. Abbiamo preti di diverse opinioni. Ma tutti hanno compreso e applichiamo questo criterio. Pensate ai due fronti. Ho ricevuto chiamate da tutti. Quello che diciamo, e io stesso l’ho scritto in alcuni tweet e nelle lettere domenicali, è che dobbiamo lottare per la verità, per la giustizia, per il bene comune e la pace sociale.

Il problema è l’uso di concetti generici: c’è chi ritiene che sia un’ingiustizia che ci siano alcuni prigionieri e chi invece pensa che giustizia sia che più anni passano in prigione, meglio è.

Esatto. Allora chi deve rimediare a tutto questo lo faccia. Ma non è compito nostro. I vescovi non sono procuratori, né avvocati difensori, né giudici.

Nel momento in cui si dovessero prospettare l’amnistia o altre misure di grazia per entrare in una nuova fase, la Chiesa si dovrebbe pronunciare?

Nella nota che abbiamo fatto come vescovi dopo la sentenza di condanna degli indipendentisti, dicevamo che non possiamo andare contro le decisioni della Giustizia ma che al di là della giustizia si può anche applicare la misericordia.