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(CR) Manca ancora la prospettiva per un’analisi distaccata e complessiva. Ma le comunità cristiane considerano l’accompagnamento come un valore essenziale che hanno saputo preservare durante la pandemia e che converrebbe potenziare in futuro. Allo stesso tempo, si apre il dibattito su come utilizzare le risorse virtuali per approfondire l’esperienza cristiana, senza trascurare il fattore umano. Si sono espressi in questi termini martedì scorso i partecipanti al primo dibattito su “La Chiesa dopo il lockdown”. Un ciclo di incontri organizzato da Animaset e Catalunya Religió a partire dal documentario “Chiesa confinata” (l’elisione della n trasforma la parola “confinata” in “fiduciosa”, ndt)

“Sto interpretando questo periodo ancora sulla base dello choc, non posso farci niente, con serenità e prospettiva” riconosce Simó Gras, uno dei protagonisti del documentario. Come “plebà” (titolo onorifico simile ad arciprete, ndt) di Montblanc si rende conto che in parrocchia vivono una doppia tensione: “L’inerzia ci porta a voler tornare alla normalità di prima, cosa che non potrà essere”. E allora, si domanda se si vuole tornare alla normalità “perché era più comoda o perché era migliore”. Ritiene che l’esperienza vissuta è ancora troppo recente per trarne solide conclusioni.

Nel dialogo virtuale sul tema “Nuove comunità cristiane” si è constatata la risposta attiva della Chiesa durante il confinamento, in molti ambiti che riguardano la vita ecclesiale, dalle comunità ai sacerdoti, ai laici, alle famiglie. Ma in che senso è stata un’opportunità per le comunità cristiane?

I partecipanti alla tavola rotonda sono stati concordi nell’affermare che l’accompagnamento è stata una priorità condivisa. Con iniziative concrete, come i gruppi di supporto su WhatsApp, il modo inedito di vivere la Settimana Santa da parte delle confraternite, l’assistenza a persone sorde o le mobilitazioni virtuali della pastorale del lavoro per l’1 maggio.

“Abbiamo trasformato la vulnerabilità in possibilità e fortezza” afferma Anna Almuni, delegata per il Laicato di Barcellona. Per mantenere viva la comunità “ciascuno ha dato il meglio di sé”. E sottolinea “l’inventiva e la disponibilità della gente ad accompagnarsi” nel periodo di confinamento. Riprendendo il titolo del convegno, conclude che “la nuova comunità che si è riscoperta è la ‘domus ecclesiae’, la Chiesa domestica”.