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(Glòria Barrete –CR)  Chiese chiuse, messe senza fedeli, una comunità ad alto rischio di contagio, isolamento domiciliare per due mesi, centri sociali chiusi, ospedali stracolmi. Questo, grosso modo, è il panorama provocato dalla pandemia sanitaria da Covid 19. E la Chiesa che ha fatto in questo tempo?

È la domanda alla quale la giornalista Laura Mor, con lo staff di professionisti della produzione audiovisiva Animaset, ha voluto rispondere con il documentario “Chiesa isolata” (“Esglesia confi(N)ada”), presentato venerdì 29 maggio su Youtube e poi trasmesso in tv e La Vanguardia [Puoi guardare il documentario qui].

“Abbiamo ricevuto input di azioni della Chiesa di iniziative a favore delle persone” ha spiegato Laura Mor, regista del documentario. “Lungi dal restate a casa che ci veniva richiesto, il documentario racconta come la Chiesa ha saputo accompagnare e stare accanto a molte persone” senza smettere di rispettare le direttive sanitarie.

Un’opera realizzata interamente in confinamento, ha ricordato Jordi Llisterri, direttore di Catalunya Religió e cosceneggiatore del documentario. “Non ci siamo spostati per realizzarlo, abbiamo avuto l’aiuto degli stessi protagonisti ed è stato così rispettato il confinamento. Un filmato di trenta minuti che lo rende autentico. A settembre, afferma Llisterri, “l’avremmo potuto girare, sì, ma non sarebbe stato lo stesso. Abbiamo ripreso quel che si è vissuto ora, è un ritratto diretto di quello che ha vissuto la Chiesa in questo periodo”.

La N tra parentesi del titolo è pure un simbolo del tempo di isolamento (l’elisione trasforma la parola “confinata” in “fiduciosa”, ndt) “Uno poteva rimanersene rinchiuso, in se stesso, chiuso in casa” ha riconosciuto Mor “però la Chiesa, lungi dall’isolarsi, si è dedicata ad esprimere un messaggio di fiducia che era speranza”. E questo ha fatto, come racconta il documentario, con gesti spesso semplici, come sono i contatti telematici, per telefono, via WhatsApp, con preghiere on line…

Grazie al boom digitale imposto, ha spiegato la giornalista, “abbiamo conosciuto cose e iniziative che già esistevano ma che non venivano mai valorizzate. Un lavoro da formiche operose che abbiamo potuto conoscere grazie al confinamento”.

Per Norbert Miracle, segretario della Conferenza Episcopale Tarraconense, il documentario “è un assaggio di ciò che i cristiani hanno fatto”. Le parrocchie, afferma, hanno vissuto la pandemia in maniera inaspettata, “come tutti”. I fedeli delle parrocchie sono spesso di età avanzata. Perciò c’è stata molta creatività. “Moltissima gente è stata aiutata con strumenti digitali”. Miracle ha ringraziato per il documentario perché dà un’immagine della Chiesa reale. “Non quella che di solito si mostra sui media, piena di stravaganze, ma piena di solidi principi”. Eduard Rey, cappuccino e presidente dell'Unione dei Religiosi della Catalogna, ritiene che il documentario "sia un ampio campione, in cui trovi tutto, con così tante dimensioni e così tanti gruppi rappresentati che ti dà una visione molto ampia".

Màxim Muñoz, claretiano e presidente di Animaset, sa che, fortunatamente, le nuove generazioni sono a loro agio sui social. “Mi piace vedere come anche i giovani religiosi si sono connessi con i mezzi digitali” ha affermato. Le tecnologie, però, “non sostituiranno mai le celebrazioni in presenza perché essenzialmente l’Eucarestia si vive in comunità e ricevendo la comunione” ha aggiunto Miracle, anche se riconosce che probabilmente questa esperienza “rinforzerà la presenza digitale nelle iniziative pastorali e giovanili”.