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(Laura Mor/Jordi Llisterri –CR/Tortosa) Tortosa è una diocesi che sembra lontana, a sud. Due terzi del territorio diocesano sono in Catalogna, il resto nella Comunità Valenciana e attraversato dall’Ebro. Una diocesi dove sembra che non succeda mai nulla ma che negli ultimi anni ha dato tre vescovi e, dopo essere stati a Tortosa, due cardinali arcivescovi a Barcellona in poco tempo. Enrique Benavent fu nominato vescovo di Tortosa nel 2013, dopo otto anni come ausiliare della sua diocesi natale, Valencia. Ha 61 anni, dottore in teologia alla Gregoriana, è stato decano della facoltà di teologia S. Vincenzo Ferrer a Valencia. Prosegue con lui il ciclo di interviste ai vescovi catalani.

A Tortosa c’è una residenza diocesana per anziani, che ospita anche sacerdoti in pensione, e una delle Sorelle degli anziani abbandonati. Altre comunità religiose hanno residenze simili. Sono state toccate dal coronavirus?

Il virus è arrivato, sì. Praticamente in tutte le strutture ci sono stati focolai. Se ne sono salvate poche. Questo ti fa vivere in condizioni anomale, perché le relazioni non possono essere normali. Le residenze sono diventate una specie di prigione perché non si poteva uscire ma allo stesso tempo proteggevano dall’esterno. Non abbiamo avuto vittime tra i sacerdoti ma alcune religiose sono morte.

Si dice che la pandemia ci ha fatto confrontare con il modo in cui trattiamo gli anziani.

Evidentemente questo ci ha fatto pensare a come dobbiamo accogliere e curare gli anziani. Penso che le residenze sono una risposta dignitosa. Dobbiamo essere realisti: ci sono anziani che non hanno reti di protezione, ci sono i ritmi di lavoro, le famiglie con figli che vivono lontano. L’obiettivo è trattare bene gli anziani, che si sentano accolti, accompagnati. Non è solo una questione materiale. È che in questa situazione ci siamo trovati un po’ tutti spiazzati. Sia le autorità civili che la Chiesa abbiamo fatto quello che potevamo.

 

“L’IDEALE SAREBBE CHE UN ANZIANO POTESSE VIVERE NELLA PROPRIA FAMIGLIA MA CI SONO SITUAZIONI IN CUI SEMPLICEMENTE NON SI PUÒ”

 

Quale modello vorrebbe la Chiesa per assistere gli anziani?

È complicato. La Chiesa non ha un modello concreto. Da sempre ha cercato di accogliere le persone bisognose. L’ideale sarebbe che un anziano potesse vivere nella propria famiglia. È l’ideale e penso che nella maggioranza dei casi avviene ancora così. Ma ci sono situazioni in cui semplicemente non si può.

Dopo il lockdown ha pubblicato una lettera pastorale in cui mette in evidenza la speranza ma passano i mesi e non si vede la fine della pandemia. Come si vive questa situazione nella sua diocesi?

Con la stessa incertezza di tutta la società. Abbiamo fatto una programmazione annuale condizionata. Si farà quello che si potrà fare. E in effetti stiamo vedendo che si può fare ben poco. Non sono possibili incontri ma stiamo cercando di fare le cose più elementari, nella misura del possibile. Non possiamo fare catechesi però molte parrocchie piccole, per esempio, riuniscono i bambini prima della messa domenicale, fanno una piccola catechesi e anche l’eucarestia serve un po’ da catechesi: in fondo, tutti vorremmo che fosse sempre così. Questa situazione suppone limitazioni e nuove possibilità: dobbiamo avere un po’ di creatività, un po’ di pazienza e mantenere la vita ecclesiale come si può. Di più non si può fare.

 

“NON SIAMO IN UNA SITUAZIONE MIGLIORE O PEGGIORE, NELLA CHIESA SEMPLICEMENTE CONDIVIDIAMO E VIVIAMO QUELLO CHE STA VIVENDO LA SOCIETÀ”

 

C’è scoraggiamento?

Penso che a volte un po’ ci sia. Caritas sta offrendo una risposta esemplare ma molti dei volontari hanno una certa età e non possono lavorare come prima e si sono inseriti nuovi volontari più giovani. Mi spiegavano che a Mani Unite sono un po’ scoraggiati perché ci sarà un calo nella raccolta fondi. Molte delle loro attività non si sono potute fare quest’anno. Finché non sia normalizzata la vita sociale, difficilmente si normalizzerà la vita ecclesiale. Non siamo in una situazione migliore o peggiore, nella Chiesa semplicemente condividiamo e viviamo quello che sta vivendo la società. Non dobbiamo essere vittimisti.

Tortosa è ancora una diocesi rurale?

Tortosa ha un versante turistico, che riguarda la fascia marittima, ma l’interno è una zona rurale con molti problemi di spopolamento e invecchiamento della popolazione.

 

“È UNA PRESENZA DELLA CHIESA MOLTO IMPORTANTE NEI PAESI: LA RELIGIOSITÀ POPOLARE, UNA REALTÀ MOLTO VIVA”

 

E ora che non si può avere un sacerdote per ogni campanile, quale accompagnamento può offrire la Chiesa?

Non tutti i paesi possono avere l’eucarestia domenicale ma in paesi piccoli possiamo avere un’equipe con una religiosa e due o tre laici in modo che quando non c’è la messa domenicale abbiano una celebrazione della Parola, la Chiesa non li abbandona. E poi c’è una presenza della Chiesa molto importante nei paesi: la religiosità popolare, una realtà molto viva.

Ma in definitiva cosa deve offrire la Chiesa alla gente?

Il Vangelo, la Chiesa deve offrire alla gente il meglio che ha, che è Cristo. Cercare che la gente arrivi a conoscere e amare Cristo. Abbiamo accennato al modo di farlo attraverso i sacramenti e la religiosità popolare, ma ci sono altri ambiti. Dobbiamo creare laici formati, dobbiamo avere catechisti ben preparati per trasmettere la fede, cercare che la presenza della Chiesa attraverso la Caritas tra le persone più povere sia una presenza visibile e vicina. Ma tutto questo per fare cosa? Cos’ha da offrire la Chiesa al mondo? Il cammino della Chiesa è Gesù e nella Chiesa dobbiamo vivere con la convinzione che se le persone conoscono e amano ogni giorno Gesù il mondo sarà migliore.

 

“LA CHIESA PER LA SUA MISSIONE DEVE SERVIRSI DI TUTTI GLI STRUMENTI CHE LA SOCIETÀ GLI PERMETTE DI AVERE”

 

Lei si è dedicato principalmente all’insegnamento. Quale presenza deve avere la Chiesa nell’ambito educativo?

Deve stare in tutti gli ambiti educativi. La Chiesa per la sua missione deve servirsi di tutti gli strumenti che la società gli permette di avere. Quando Santa Maria Rosa Molas crea la congregazione delle Sorelle della Consolazione lo fa perché il Comune di Tortosa le chiede di farsi carico della Casa della Misericordia. E il vescovo di Tortosa le chiede un collegio per educare le bambine. Ovviamente, oggi c’è un sistema scolastico pubblico ma la Chiesa può avere scuole. È importante che la visione cristiana della persona e della società sia presente nell’ambito educativo. La Chiesa si serve di tutti gli strumenti, dell’insegnamento, degli spazi ricreativi, delle attività sociali… noi vogliamo arrivare alle persone dalla fede.

Però oggi la Chiesa non ha più strutture che risorse per mantenerle?

Cerchiamo di adeguare le nostre strutture alla realtà. Oggi c’è un punto molto chiaro: ci sono cose che non stanno in piedi senza il laicato. Una presenza del laicato alla guida di molte istituzioni ecclesiali, senza che tali istituzioni smettano di essere ecclesiali. La Chiesa non siamo solo i preti: ci sono laici, insegnanti, persone che lavorano nelle residenze… è una nuova sfida.

 

“LA GRANDE SFIDA, E SPESSO LA DIFFICOLTÀ, È PREPARARE LE PERSONE PERCHÉ POSSANO SVOLGERE TALI MINISTERI”

 

In ambito laicale Papa Francesco ha appena fatto un cambio aprendo i ministeri del lettorato e dell’accolitato alle donne. Lo promuoverete a Tortosa?

Era un percorso già avviato. Da due anni abbiamo un’equipe di laici nella comarca del Ports. Evidentemente è un cambio canonico che risponde a una realtà che già esisteva nelle parrocchie in maniera spontanea. Penso che sia molto importante la motivazione del Papa. Dobbiamo fare un discernimento tra ministeri che hanno un fondamento battesimale e i ministeri che hanno come fondamento la chiamata del Signore al ministero apostolico. Il Papa sottolinea che l’evangelizzazione compete a tutti i battezzati e pertanto, per quei ministeri che hanno un fondamento nel battesimo non c’è differenza di sesso. Come avvenuto con il diaconato permanente, la grande sfida non è fare un’istituzione del ministero. La grande sfida, e spesso la difficoltà, è preparare le persone perché possano svolgere tali ministeri. Ci vuole tempo.

Nel ministero apostolico il ruolo della donna resta diverso?

Evidentemente.

Costa comprenderlo nel contesto attuale.

Ma è quello che ha detto Papa Francesco. La motivazione teologica principale è che questi ministeri si fondano sul battesimo. Invece, il problema del sacerdozio femminile deriva proprio da dove nasce la chiamata al ministero apostolico. La lettera “Ordinatio Sacerdotalis” di Giovanni Paolo II dichiara chiusa la questione dell’ordinazione sacerdotale delle donne.

Ma finché i ministri ordinati saranno uomini, comanderanno gli uomini, no?

Non necessariamente. Ci sono altre funzioni nella Chiesa. Nelle congregazioni femminili comandano le donne. Non ci sono solo le catechiste, ci sono donne nei consigli pastorali, in ruoli diocesani. Non si deve vedere la cosa in termini di potere. Questa distinzione fa parte della tradizione della Chiesa. Io dico quello che dice il Papa. Non vedo possibile un cambiamento.

 

“NON CI SONO GRANDI CONTRAPPOSIZIONI TRA I SACERDOTI DI TORTOSA”

 

Attualmente Javier Vilanova è vescovo ausilare di Barcellona, Romà Casanova è vescovo di Vic, prima il vescovo di Lleida Xavier Ciuraneta... Come mai tanti vescovi da Tortosa per le diocesi catalane? E i vescovi di Tortosa arrivano a Barcellona: Ricard Maria Carles, Martínez Sistach...

Non so… penso che il clero di Tortosa ha un livello di formazione abbastanza buono. Molti hanno studiato a Roma per la licenza. Ora abbiamo due sacerdoti, dottori in teologia alla Gregoriana, destinati alla Santa Sede. I vescovi di Tortosa hanno sempre cercato che il clero non si limitasse alla formazione di base del seminario locale e che approfondisse gli studi a Barcellona, Valencia o Roma. Questo è un bene per il clero e per la diocesi. Un altro fattore è che secondo me Tortosa ha un presbiterio molto sereno. Negli approcci ecclesiali e nella loro vita. Non ci sono grandi contrapposizioni tra i sacerdoti. Forse perché fino a poco fa si sono formati tutti nel seminario locale possiamo dire che è un clero abbastanza unito.

Anche a Barcellona c’è il seminario e le fazioni sacerdotali non mancano…

Qui non ce ne sono. Il clero ha un senso di appartenenza alla diocesi e questo è l’importante. Penso che con un clero che vive questa comunione sarà sempre possibile che escano candidati all’episcopato. Il vescovo deve essere una persona di comunione, non intorno alla sua persona ma a Cristo e alla fede della Chiesa.

 

“I VESCOVI, NEL TEMA POLITICO DELLA CATALOGNA, ALLA FINE NON È CHE CI PIACCIANO TUTTI: MOLTE VOLTE NON CI PIACE NESSUNO”

 

Nel momento politico attuale in Catalogna fin dove deve spingersi la Chiesa?

La situazione è complessa. Pertanto la risposta non è semplice [ride]. Cosa può dire la Chiesa in questa situazione? Ho una cosa chiara: non è compito della Chiesa fare proprio un progetto politico. Non è compito della Chiesa. Le opzioni politiche sono personali e ogni laico e ogni cristiano deve prenderle secondo la propria coscienza. E nella Chiesa dobbiamo rispettare la coscienza personale di ogni laico. Evidentemente deve esserci un contesto di rispetto dei diritti umani, della libertà di espressione, di rispetto della cultura peculiare di ogni luogo, pertanto ogni paese e ogni popolo devono avere gli strumenti necessari per garantire politicamente che le proprie caratteristiche culturali o nazionali siano rispettate. Al di là di questo, lasciamo ampia scelta.

È quello che spiega il documento del 1985 della Conferenza episcopale tarraconense “Radici cristiane della Catalogna”.

È un documento che fissa un quadro da cui evidentemente non si può dedurre un’opzione politica unica ed esclusiva ma opzioni differenti. Che nel caso della Catalogna significano differenti modi di vedere come la Catalogna può essere inquadrata nell’ambito dello Stato spagnolo. Noi vescovi dobbiamo rispettare la coscienza personale di ogni laico. Le scelte politiche sono personali e non dobbiamo imporre ulteriori carichi. Non dobbiamo rendere oggetto di magistero ciò che non rientra nel nostro magistero. Nei nostri interventi non facciamo una valutazione politica delle cose ma cerchiamo di fornire alcune chiavi morali. Sono anche interventi che in qualche modo cercano di contribuire a una pace sociale, alla convivenza tra le persone. In questo senso sono considerazioni prudenti, non obbligatorie per tutti. E che succede? Che per alcuni non siamo all’altezza e per altri ci spingiamo troppo avanti? È la nostra situazione. Alla fine non è che accontentiamo tutti: molte volte non accontentiamo nessuno. Spesso si valutano le nostre osservazioni con la prospettiva politica che non è il nostro ambito.

 

“UN POPOLO CHE OLTRE AD AVERE UNA CULTURA HA AVUTO PER SECOLI UN’IDENTITÀ POLITICA, EVIDENTEMENTE PUÒ CERCARE DI CAMBIARE LA CONFIGURAZIONE POLITICA DELLO STATO”

 

Su altre questioni che riguardano i diritti personali, le libertà o i diritti sociali, ci sono state dichiarazioni più specifiche dei vescovi. Ad esempio, alcuni partiti si sentono più a loro agio sui pronunciamenti contro la legge sull'eutanasia, altri quando si fanno quelli a favore degli alloggi sociali.

Forse perché la situazione politica in Catalogna è più complessa e non è semplice fare una valutazione. Ci sono temi sui diritti della persona umana sui quali c’è una precisa riflessione della Dottrina Sociale della Chiesa. E i diritti che riguardano la persona umana non sono tutti uguali. Per esempio il diritto alla vita è un diritto fondamentale, il diritto a una casa dignitosa è un obiettivo, perché servono delle condizioni minime ma evidentemente ci sono case più dignitose di altre. In altre parole, ci sono diritti fondamentali e altri che in qualche modo sono obiettivi di una maggiore giustizia sociale. Che tuttavia non potremo mai vedere pienamente realizzati. Un altro tema della Dottrina Sociale sono i diritti dei popoli, che riguardano le questioni sulla situazione politica della Catalogna. Penso che serva una riflessione che non è ancora stata fatta pienamente. Ci sono diritti fondamentali: lo Stato ha l’obbligo di rispettare la cultura di un popolo. E un popolo che ha una cultura deve avere gli strumenti politici necessari per garantire che la sua cultura sia rispettata. Cultura, lingua… un popolo che oltre ad avere una cultura ha avuto per secoli un’identità politica, evidentemente può cercare di cambiare la configurazione politica dello Stato. Chiunque ha il diritto di pensare che lo Stato potrebbe essere migliore. Ci sono diritti che sono diritti dei popoli che ogni Stato deve rispettare. Ora, quando ci confrontiamo sulla configurazione politica dello Stato, possono esserci diverse opinioni su come integrarla o cambiarla. E qui ritengo che la Chiesa non debba indicare qual è la strada. Nella Chiesa possono esserci cristiani che pensano in modo molto diverso e non dobbiamo imporre di pensarla tutti allo stesso modo.

Sul tavolo c’è il tema dell’indulto o dell’amnistia per i “prigionieri politici” e gli esiliati catalani (indipendentisti, ndt) come misura di grazia per avvicinarsi a una soluzione. La Chiesa dovrebbe spingere in tal senso?

I vescovi hanno fatto una dichiarazione dopo la sentenza sul processo dell’ottobre 2019 affermando che la via giudiziaria non è l’unica per risolvere il problema. Se tu vuoi risolvere un problema politico che è diventato un problema sociale non puoi usare unicamente la via della stretta applicazione della legge. In qualche modo devi usare la via della misericordia. Noi vescovi siamo su questa linea. Tutto quello che contribuisca a costruire ponti ben venga. Indulto? Amnistia? I vescovi non sono giudici. Non penso che tocchi a noi dire quale strada seguire.