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(Laura Mor/Jordi Llisterri –CR/Girona) Francesc Pardo dal 2008 è vescovo di Girona, dove il 29 ottobre si celebra la festa patronale di San Narcis. Nella Conferenza Episcopale Tarraconense è incaricato della pastorale sanitaria e presiede Catalonia Sacra, iniziativa congiunta delle dieci diocesi catalane per diffondere il patrimonio culturale della Chiesa. Con questo articolo iniziamo un ciclo di interviste ai vescovi catalani.

Cosa può apportare la Chiesa in tempo di pandemia?

Bisogna dare speranza e valorizzare il lavoro di tutti durante il lockdown, anche dei sacerdoti. La pandemia provoca la domanda: “Perché Dio lo permette?”. Sia esplicita o meno, questa domanda c’è. Si tratta di dare una risposta in senso contrario: fissiamoci in Gesù, inchiodato alla croce. Lui si carica i mali del mondo. Non è Dio che lo permette, ma la condizione umana ha delle limitazioni e quello che fa Dio è starci accanto, dandoci forza, incoraggiandoci e accompagnandoci.

C’è stato un calo delle attività pastorali in seguito al lockdown.

Certamente si nota che la vita comunitaria si è ridotta parecchio. Da marzo senza catechesi e cresime, che si cominciano a riprendere ora. C’è stato un calo dell’attività pastorale ma non dell’interesse. E che hanno fatto i preti? C’è stata una capacità di inventiva pastorale molto importante.

Si parla poco delle conseguenze economiche delle limitazioni alla vita parrocchiale e comunitaria.

Per l’economia diocesana ha significato un problema importante. Non si sono fatte le normali collette. Ma con una certa sorpresa dobbiamo anche dire che tra i fedeli che hanno partecipato alle celebrazioni da quando è ripresa l’eucarestia comunitaria, c’è stata più coscienza della necessità di contribuire al sostentamento della Chiesa.

 

"MANTENERE IL PATRIMONIO CULTURALE È UN POZZO SENZA FONDO"

 

Non sembra molto preoccupato

Molto preoccupato, no. L’economia delle diocesi e della Chiesa è sempre molto precaria. Per noi mantenere il patrimonio culturale è un pozzo senza fondo.

La scorsa estate è stata quella del turismo di prossimità. Come considera il lavoro in quest’ambito di Catalonia Sacra?

È una proposta delle dieci diocesi di Catalogna con obiettivi molto concreti: far conoscere il patrimonio che abbiamo; offrire formazione alle guide; sottolineare la dimensione catechetica ed evangelizzatrice che ha il nostro patrimonio; vigilare perché si possa mantenere e farlo conoscere come simbolo dell’incarnazione culturale del cristianesimo nella nostra terra, come un aspetto della peculiare identità della Catalogna. Penso che bisogna dare molto valore al lavoro che ha fatto e sta facendo.

 

"TRA VESCOVI CATALANI, NON CI SONO ARGOMENTI TABU CHE NON SI POSSANO AFFRONTARE"

 

Com’è la relazione tra vescovi catalani?

Molto cordiale. Non ci sono argomenti tabu che non si possano affrontare. Siamo molto liberi, anche al momento di discutere un documento o di parlare. Penso che le relazioni a livello personale sono molto cordiali e fraterne.

E su cosa andate meno d’accordo?

Sicuramente al momento di valutare le situazioni politiche.

Il problema è fin dove bisogna esprimersi come vescovi?

Non saprei. Ognuno dice quello che pensa. Ci sono modi diversi di vedere le cose e le posizioni. Questo è il punto. Perché siamo differenti e perché c’è la realtà di ciascuno, l’esperienza, il luogo di vita, la responsabilità, il posto in cui ciascuno è nato, dove ti sei formato… questo fa sì che ognuno abbia il proprio criterio. Questo si mette in comune, non è riservato. Si dibatte e si cerca di arrivare a un consenso quando c’è una manifestazione pubblica.

Non siete divisi?

No. Al contrario, e a livello personale c’è molta cordialità e molta fraternità.

 

"LA TENTAZIONE DI PENSARE CHE QUESTA FACCENDA DELLA FRATERNITÀ GIÀ LA CONOSCIAMO"

 

Fratelli Tutti: come giudica la nuova enciclica?

Non l’ho ancora letta tutta con sufficiente attenzione. Non si può leggere di fretta.  La tentazione di pensare che questa faccenda della fraternità già la conosciamo, che il Papa l’ha ripetuta spesso… no, non lo conosciamo. Ora ne fa una riflessione e una sintesi. Fa una prima descrizione realmente pessimista. Però realista. Con i piedi per terra. Il Papa ha una visione mondiale ed è molto ben posizionato. Penso che sia volutamente pessimista per fare vedere che questa situazione non la possiamo affrontare se non con tutte le altre parti dell’enciclica. Altrimenti, non se ne esce.

Di critiche ne ha già ricevute.

Non ne ho viste molte pero ne riceverà. E non solo per questa enciclica. Ci sono alcuni settori della Chiesa che nell’insieme non sono d’accordo sul modo di governare pastoralmente di Francesco. È vero. La raccomandazione è che bisogna leggere questa enciclica con molta serenità e poco a poco.

Anche in Catalogna c’è questa opposizione al Papa?

No, no. In Catalogna non ne vedo molta. Il temperamento catalano è abbastanza in sintonia e apprezza il temperamento del Papa, il modo di agire, di essere. E non solo la gente più di Chiesa ma tutta la società catalana. Il senso di ecclesiale, di giustizia, di umiltà, di semplicità di Francesco è ben accolto in Catalogna.

 

IL MOVIMENTO PER L’INDIPENDENZA: "CHE O TI INCASELLANO IN UN POSTO O IN UN ALTRO"

 

Parliamo del paese. Con i conflitti, è più difficile esprimersi sulla realtà prossima. Lei per la Diada (la festa nazionale catalana, l’11 settembre, ndt) ha affermato che in Catalogna servirebbe “una revisione profonda del procés (il movimento per l’indipendenza, ndt).

Sì. l’ho pensato anche per le conseguenze della pandemia. Penso che per il bene comune in questo momento in Catalogna occorra una riflessione serena e una valutazione del cosiddetto “procés”. E penso che alcuni partiti lo vedono e lo stanno facendo, anche se non lo fanno pubblicamente. Non si può dire che tutto è stato positivo e che non ci sono stati errori. E consideriamolo il futuro. Mi sembra che in questo momento, per il bene della Catalogna, serve una revisione. Che non vuol dire un giudizio negativo: una revisione è una revisione.

È stata interpretata come una critica all’indipendentismo che veniva da un vescovo che si era espresso sulla legittimità delle opzioni separatiste.

Proprio per questo l’ho detto. Mi sono azzardato a dire che ci serve una revisione del procés perché il mio atteggiamento è sempre stato chiaro. E credo sinceramente che se non lo facciamo, sbagliamo. Non voglio parlare di politica concreta di partito. Queste faccende sono così marcate ideologicamente che o ti incasellano in un posto o in un altro.

La Chiesa dovrebbe impegnarsi nella richiesta di misure di grazia o di un’amnistia?

Quando diciamo Chiesa non ci fissiamo solo sulla gerarchia o sui vescovi. Ci sono state associazioni ecclesiali e persone che hanno chiesto provvedimenti di grazia. E pure sono Chiesa. Non li ha chiesti tutta la Chiesa, però è Chiesa. Per il suo modo di essere, la Chiesa è sempre disposta al perdono, alla riconciliazione, a chiedere provvedimenti di clemenza. Perché no? Non solo non ci vedo alcuna difficoltà, ma anzi risponde a un modo di essere della Chiesa lungo la storia in molti paesi.

E come vescovo pensa che si debba pronunciare su questa questione?

Preferirei che ci fosse una presa di posizione collettiva dei vescovi, proprio in nome dell’unità pastorale.