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(Laura Mor/Jordi Llisterri –CR/Sant Feliu de Llobregat) Il ciclo di interviste ai vescovi catalani continua con il valenciano Agustí Cortés che nel 2004 fu nominato primo vescovo della nuova diocesi di Sant Feliu de Llobregat, formato dalle parrocchie del Baix Llobregat, l’Alt Penedès e il Garraf. Cortés era stato segretario particolare dell’arcivescovo di Valencia, professore di Teologia e rettore del seminario. Nel 1998 era stato nominato vescovo della piccola diocesi di Eivissa.

La pandemia ha costretto ad avviare l’anno pastorale con obiettivi limitati ma soprattutto con la volontà di non interrompere la comunicazione emotiva. Ci siete riusciti?

Abbiamo approfittato di quello che avevamo a disposizione. Ci sono persone che non sono abituate a questa comunicazione non convenzionale e non sempre siamo stati all’altezza. Come vorrei comunicare voglia di vivere e speranza in questa situazione così critica! Oltre ad affrontare questioni di tipo materiale o la malattia, questa è l’intenzione di fondo. Trasformare una situazione di crisi in crescita. Che la fede non crolli, che si continui a lottare e trarre forza dalle proprie convinzioni più profonde. Il nostro proposito principale dal punto di vista pastorale è la persona. La malattia non è soltanto fisica, che può guarire con una pasticca o un vaccino. È una persona. Non c’è malattia senza il malato.

Ritiene che dolore o malattia portino a una conversione spirituale?

Lo penso realmente. L’ho visto con persone concrete. Anche per me la malattia è stata un momento di conversione o riconversione (nel 2013 gli venne diagnosticato un mieloma, ndt). Sappiamo molte cose dal Vangelo ma quando arriva il momento della verità lo vedi con più profondità. Ho incontrato molte persone, molte… e ti chiedi come uno può resistere e come può rinfrancare il suo spirito malgrado le sofferenze. E non sono esattamente le persone più colte. Sono persone semplici ma che comprendono il nucleo del Vangelo. Comprendono cosa vuol dire la speranza cristiana. Sono testimoni ammirevoli.

Quanti hanno messo da parte la fede, continuano a scavare nel proprio substrato cattolico o cercano altre risposte in proposte con più prestigio sociale o senza alcun peso storico?

Sfortunatamente molta gente cerca un rifugio. Un rifugio alienante, come diceva la critica marxista alla fede cristiana. Una religione alienante che serva a compensare la sofferenza. Vista la nostra debolezza è comprensibile. Ma non è “la” risposta. È come prendere un calmante. Quando finisce l’effetto continui ad avere lo stesso problema. Noi offriamo una speranza. A prova di bomba. Una speranza compatibile con le lacrime e la sofferenza di ogni tipo. Ma abbiamo un cuore che, al di là del dolore, vuole vivere.

C’è anche un cattolicesimo taumaturgico

Come no. Nella nostra Chiesa e nel nostro culto c’è anche questo modo di vivere la religiosità in modo alienante. L’abbiamo visto quest’anno con liturgie virtuali che per molta gente potrebbe essere solo una canzone, un’immagine, una storiella o una piacevole esperienza. C’è la tentazione di confondere tutto ciò con la profondità di una fede che lotta per la vita e che con la partecipazione all’eucarestia ti impegna a fondo.

 

"LA NOSTRA FORZA È LA CREDIBILITÀ DELLA PAROLA"

 

La diocesi si è distinta per aver preso posizione su temi sociali, come è successo con l’opposizione al progetto Eurovegas o la chiusura dello stabilimento Nissan. Che messaggio vuole inviare?

Penso che ora siamo troppo fermi. Anche guardando indietro sfortunatamente vedo che la mia malattia mi ha impedito di incoraggiare qualche realtà diocesana. Potremmo fare molto di più con le realtà sociali che ci hanno colpito: gli sfratti, le grandi aziende che se ne sono andate, il problema ecologico… Abbiamo detto una parola. Di più non potevamo fare. Dobbiamo assistere le persone ma c’è anche la Dottrina Sociale della Chiesa. Le possibilità di agire passano per un laicato attivo e impegnato perché istituzionalmente la Chiesa può fare poco.

La diocesi non può fare pressione su imprenditori o politici?

E chi farebbe caso a un povero vescovo [ride]? In questi casi la nostra forza è la credibilità della parola che possa risuonare pubblicamente e chi vuole ascoltarla la ascolti. Aprire cammini di speranza perché la gente sia protagonista. Dobbiamo renderci conto che il potere della Chiesa è diminuito. E non solo qui per la nostra eredità franchista o per quello che sia, ma in tutta Europa. È la storia europea del XX secolo.

Il messaggio di Papa Francesco aiuta la Chiesa catalana?

Il documento dei vescovi per i 25 anni del Concilio Provinciale Tarraconense è intriso del messaggio di Papa Francesco. Vorremmo che si ascoltasse il suo messaggio globale, non solo quando dice cose di grande richiamo. Ma siamo fortunati ad avere una voce molto ascoltata, con un’eco mondiale e con tutta la sua carica rinnovatrice e trasformatrice. E credo che in Catalogna sia ascoltata.

Se dovesse sceglierne uno, quale messaggio di Papa Francesco preferirebbe?

Ne hanno parlato già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ma Francesco lo ha collocato in primo piano: il senso ecologico del cristiano, l’ecologia integrale. Il mondo come casa comune. Come cristiano devi vivere in questo mondo pensando globalmente e inserire questo approccio ecologico nella giustizia o nei diritti umani.

 

"QUALSIASI POSIZIONE FAVOREVOLE O CONTRARIA ALL’INDIPENDENZA È LEGITTIMA"

 

Nell’attuale situazione della Catalogna, i vescovi hanno detto quello che si aspettava la gente?

Abbiamo parlato, non so se sia stato molto efficace. L’avevamo fatto già nel 2007 con il documento “Credere nel Vangelo e annunciarlo con nuovo ardore” su cui lavorò molto il vescovo Joan Carrera. L’idea di non essere codardi, di confrontarsi con la propria vita, di ripensare la fede. Era il programma e la linea che volevamo portare avanti noi vescovi.

E riguardo al momento politico presente?

I vescovi non sono voci di individui o di singoli. La nostra voce vuole essere un’eco evangelica applicata alla situazione attuale. Da una parte abbiamo il contenuto di un messaggio evangelico, dall’altra un limite: quello che diciamo non deve essere di parte. Dev’essere cattolico, nel senso di essere aperto a qualsiasi cosa moralmente opinabile. Questo è il limite principale. Perciò, il pronunciamento ufficiale della Chiesa non può mai essere una casistica. La decisione caso per caso deve riguardare la coscienza di ciascun credente. Qualunque fedele ha tutto il diritto di dirci che il nessuno ha dato il certificato di esperto al vescovo. Per esempio, il vescovo in un problema economico, può parlare della ripercussione sulla giustizia sociale, sulla legittimità di un procedimento… ma ci potrebbero dire: Lei predica dalla cattedra, scenda e venga nel mondo dell’impresa, degli affari o della politica a vedere come si fa. È quello che a volte ci rimproverano alcuni laici e hanno pienamente ragione.

In altri momenti politici come la Transizione (dal franchismo, ndt) la Chiesa ha avuto un ruolo notevole che ora manca in Catalogna. Potrebbe dare l’impressione che ora i vescovi catalani si sono mossi in punta di piedi per non farsi male.

Il momento della Transizione era una sfida che viveva tutta la Chiesa. Penso a Paolo VI e al suo ruolo perché si impiantasse la democrazia in Spagna. Erano chiaramente problemi di diritti umani. La Chiesa non diceva questo è il cammino concreto di trasformazione politica, ma si basava sull’affermazione dei diritti umani. Oggi, quando la Chiesa si trova in un sano pluralismo di opzioni politiche, non abbiamo alcuna pretesa di essere protagonisti. Certamente sono valori indiscutibili l’invito al dialogo, alla comprensione, offrirsi come mediatori o il richiamo al rispetto dei diritti e vigilare che i più emarginati e i più bisognosi siano i protagonisti delle decisioni politiche.

Ci sono stati gruppi, partiti, persone della diocesi che hanno chiesto che la Chiesa si impegnasse di più?

Sì. Ho ricevuto persone che si appellavano al vangelo di entrambe le parti. A favore dell’indipendenza, contro l’indipendenza, per i prigionieri… ho sempre risposto con il pronunciamento dei vescovi, che normalmente sono concordati tra tutti. O con quello che ci ha detto Roma. Nella prima visita ad limina dei vescovi catalani nel 2014 Papa Francesco ci disse direttamente che dovevano lavorare per la persona e i diritti umani. Ma che non c’erano motivi evangelici per imporre un’opzione o un’altra. Qualsiasi posizione favorevole o contraria all’indipendenza è legittima. Un nazionalista spagnolo non è meno fedele di un nazionalista indipendentista. Sono ambiti in cui nessuno ci ha legittimato a entrare magisterialmente. Personalmente, puoi pensare quello che vuoi. Io ho molto chiaro l’obbligo di amare la Catalogna. È ineludibile, è un diritto e un dovere di qualunque cristiano amare il proprio paese e lavorare per esso. Ma amarlo di più non vuol dire essere indipendentista o no. Ci sono molti buoni catalani che sono contenti con lo Statuto di autonomia che abbiamo e molti altri invece no. Finché uno può recitare il Credo e sentirsi cristiano, se uno è indipendentista e l’altro no, il vescovo non può dire chi è più evangelico.