Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

(Jordi Llisterri –CR)  “Il Vangelo dev’essere proposto con forza e convinzione, come risposta e come proposta, come sale e luce di una nuova società che abbia cura delle persone e del creato, e in cui si ascolti la voce dei poveri e delle persone che vivono nelle periferie”. È questo l’appello dei vescovi catalani nel documento congiunto che hanno pubblicato giovedì in occasione dei 25 anni del Concilio Provinciale Tarraconense.

Con il documento “Spirito, dove guidi le nostre Chiese?” i vescovi ribadiscono le risoluzioni del Concilio Tarraconense. Le inseriscono nei cambiamenti sociali di questi 25 anni e nel programma pastorale di Papa Francesco. Nonostante il trascorrere del tempo, i vescovi riconoscono l’attualità delle intuizioni pastorali del Concilio e indicano come siano adeguate alle sfide attuali della Chiesa in Catalogna.

Il testo parte dalle conseguenze sociali e personali del Covid-19 che “ha destabilizzato le persone, anche psicologicamente e moralmente”. Perciò chiedono un nuovo sforzo creativo alle comunità cristiane e la risposta alla domanda di Papa Francesco nella Fratelli Tutti di essere “capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale che non rimangano solo parole”. “Noi cristiani non possiamo inibirci come se non avessimo nulla da dire. In un’epoca di cambiamenti e di nuovi modelli sociali e culturali, la voce di quanti sono e si sentono membri della Chiesa deve risuonare senza paura” scrivono i vescovi. E affermano che “questa era la proposta di fondo del Concilio Tarraconense del 1995 e continua a essere un obiettivo valido venticinque anni dopo”.

“Spirito, dove guidi le nostre Chiese?” ripercorre le quattro linee guida del Concilio. Oltre a valutare il momento sociale che vive il paese, si afferma che “bisogna che riconosciamo la nostra mancanza di coraggio al momento di comunicare e vivere il Vangelo di Gesù”. Come esempio spiegano che “il livello di presenza all’eucarestia domenicale è sceso, come pure la partecipazione ad altri sacramenti e la celebrazione di funerali”. Una situazione ecclesiale di “rassegnazione ambientale che sottolinea tutto quello che non va bene”. Però assicurano che “la debolezza generale non deve impedire di vedere i punti di forza, in un momento di passaggio e di perplessità in molti settori della vita sociale, economica e politica del paese”.

Come afferma il Papa, questo contesto richiede “una Chiesa che non deve rimanere reclusa nelle sue strutture e organizzazioni ma deve incarnare e farsi solidale con le gioie e le tristezze, le sofferenze e le speranze dell’umanità”. E va fatto superando la divisione tra clero e laicato: “In concreto la partecipazione dei laici e delle laiche non si può declinare solo in termini di collaborazione con i ministri ordinati. I laici non possono essere solo loro ‘delegati’ o ‘esecutori’”. Sottolinea, poi, che “la corresponsabilità che chiediamo ai laici si applica, con ogni evidenza, alla vita consacrata, proprio in un momento in cui può esserci la tentazione di tirarsi indietro”.

Le due riflessioni più lunghe del testo si concentrano sui temi che generarono il maggiore consenso nel dibattito delle sessioni conciliari di 25 anni fa: la centralità della Parola di Dio e i Sacramenti nella vita della Chiesa e l’opzione preferenziale per i poveri. Due temi che si riallacciano perfettamente alle priorità di Papa Francesco. 

“L’accoglienza deve essere una delle note caratteristiche della Chiesa e dei suoi pastori. La pietra di paragone di ogni azione pastorale è la misericordia”, affermano i vescovi citando “coloro che si trovano in situazioni complesse e chiedono una parola di vita, lontana da ogni giudizio (separati, divorziati, divorziati e risposati, famiglie monoparentali…)”. Si parla anche di una Chiesa in cui “i poveri non possono essere estranei alla comunità di fede, non possono essere un settore messo in un posto appartato ma devono occupare un posto d’onore”. E “come afferma Papa Francesco, il potere della Chiesa deve essere il servizio”.

Il nuovo documento congiunto dei vescovi catalani passa in punta di piedi sul quarto tema del Concilio, incentrato sul coordinamento e sull’unità pastorale dei vescovi catalani. Viene riconosciuto il lavoro comune fatto per oltre 50 anni attraverso la Conferenza Episcopale Tarraconense ma non si entra nel tema della configurazione giuridica lasciato aperto dal Concilio.

Si afferma che “il consolidamento del percorso di comunione tra le dieci Chiese diocesane con sede in Catalogna passa per il consolidamento dell’unità pastorale tra di esse, intesa e vissuta con spirito di comunione interdiocesana e di coordinamento pastorale”. Questa necessità viene inserita in una riflessione più generale sulla fraternità e sulla comunione raccolta dalla Fratelli Tutti: “Il bene dell’universo richiede che ciascuno protegga e ami la propria terra”. Ma “non è possibile essere ‘locali’ in maniera sana senza una sincera e amabile apertura all’universale”.

Il documento congiunto dei vescovi catalani “Spirito, dove guidi le nostre Chiese?” è stato reso pubblico in occasione della celebrazione dei 25 anni del Concilio tenuta giovedì a Tarragona. Era prevista per lo scorso giugno, in coincidenza con la data di chiusura del Concilio del 1995. Alla fine si è svolta in forma ridotta con una messa nella cattedrale di Tarragona, trasmessa via internet, con la presenza della maggior parte dei vescovi catalani, gli abati di Montserrat e Poblet, l’abbadessa di Vallbona e alcuni membri che parteciparono al Concilio.

Come di consueto per i principali testi magisteriali, il documento è stato pubblicato dall’Editorial Claret.