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(Omar Noumri e Oriol Junqueras –CR) In lingua araba, il termine “bàsmala” fa riferimento alla formula con cui iniziano tutte le sure del Corano (eccetto la nona) e che recita così: “In nome di Dio (Bi-ismi-lahi), il Clemente (Rachmani), il Misericordioso (Rahim)”. I cristiani arabi usano la stessa formula della “bàsmala” per riferirsi all'invocazione “nel nome del Padre (Bi-ismi-l-ab) e del Figlio (wa al-ibn) e dello Spirito Santo (wa ruh al-quds)” con cui inizia l'eucarestia. Anche in arabo “Umma” designa all'interno dell'islam la comunità dei credenti, al di là della loro nazionalità, dei loro legami familiari e del potere politico che li governa. Anticamente i Greci usavano la parola “ecclesia” per riferirsi all'assemblea del popolo, che, in fondo, rappresentò una delle prime forme democratiche della storia. Questa parola, che in catalano abbiamo tradotto come “chiesa”, serve a definire l'insieme di tutti i fedeli cristiani, cioè, di tutta la comunità cristiana, comunità di fratelli e fedeli. In italiano, la parola comune può riferirsi a tre realtà: la comunità di persone come tale, l'entità amministrativa (municipio) e anche l'organo di governo di una città. Il comune italiano, pertanto, è l'espressione politica della comunità. E forse, uno dei concetti più ricorrenti della lingua araba e della comunicazione in tutti i paesi che l'hanno adottata come lingua propria, è quello espresso dalla parola “fratello” (akhi).

Dunque, è sulla base di questo concetto che si edifica il fondamento essenziale su cui si costruisce l'enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco, un testo che nasce dall’impulso al dialogo che il Papa aveva mantenuto con il grande imam Ahmad Al Tayyeb. In qualche modo, significativamente, il testo inizia con l'esempio della vita del Santo di cui ha scelto il nome come pontefice (San Francesco D'Assisi) per manifestare un primo gesto d'amore fraterno, interreligioso, addirittura tra due mondi apparentemente molto diversi (Oriente e Occidente) e, a prima vista, antitetici. Però lungo l'enciclica, Francesco induce poco a poco il lettore a comprendere che facciamo parte di un tutto, di un mondo globale in cui tutti abbiamo il dovere, ancora in sospeso, di comprenderci, convivere e costruire insieme in maniera inclusiva come uguali, rispettandoci a partire dalle differenze individuali ma non individualiste. In questa critica aperta, in questa specie di stato della questione che ci presenta, ci parla di come “la società sempre più globalizzata ci rende più vicini ma non più fratelli”, cosa che ci porta a riflettere profondamente sulla comunicazione e il dialogo nel mondo di questa seconda decade del XXI secolo: un mondo tecnologicamente molto avanzato ma, allo stesso tempo, generatore di una immensa mancanza di comunicazione.

La fratellanza è la base del discorso su cui Francesco incoraggia a costruire questo mondo armonioso nel quale forse saremmo in grado di risolvere la sfida più grande che abbiamo come umanità: lo stesso sostentamento globale sostenibile. Uno dei pilastri su cui si fonda questa base solida è la comunicazione. Però, come si traduce questo sul piano dei bisogni della gente? come si traduce questo sul piano della politica che è, in fondo, la rappresentazione della volontà popolare a ogni livello? Secondo le riflessioni del Papa, con l'attuale modello comunicativo “la politica ormai non è una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune”, e questo spiegherebbe, in un certo senso, l'attuale modo di fare politica, una sorta di ritornello comunicativo nel quale ci sono dibattiti che tuttavia raramente contengono un dialogo, perché si concentrano sul rumore e sul confronto con l'obiettivo e il desiderio principale di cercare likes nelle reti sociali.

È in questo contesto di mancanza di dialogo solido ma con una prevalente cultura individualista mescolata ai nuovi scenari di interazione comunicativa che si alimenta un deliberato sovraccarico informativo (“infossicazione”) della popolazione. Da qui possiamo dedurre che nasce lo scenario favorevole al cosiddetto “nazionalismo escludente”, molto presente, ad esempio, nelle ultradestre emergenti. Senza andare troppo lontano, troviamo il caso di Vox, che sebbene si erga come “rappresentante ultracattolico”, non oppone alcun ostacolo al discorso di odio e alla xenofobia, che si possono considerare totalmente contrari ai valori cristiani propugnati da Papa Francesco. Di fronte a tutto questo, la soluzione (presente anche in tutti i dogmi di fede o credenze filosofiche), è opporsi con più fratellanza globale.

Pertanto, dobbiamo certamente apprezzare, cercare e coltivare la ricchezza del dialogo - specialmente in politica - perché è questa ricchezza l'unica in grado di avviare il motore del progresso della società ad ogni livello. Dialogare significa anche avere la capacità di ascoltare gli altri, per quanto antitetiche possano essere le posizioni, tenendo sempre presenti quali sono le linee invalicabili: il rispetto reciproco e il rispetto dei diritti umani. A questa formula, ci consiglia Papa Francesco, bisogna aggiungere due fattori: la perseveranza, molto legata alla pazienza, insieme alla ricerca della libertà individuale, legata alla coltivazione della saggezza. Solo così potremo costruire quella “società fraterna” che lui ci propone. Non possiamo ignorare come questi concetti si incastrino in maniera sorprendente con il modello repubblicano e con quello che intendiamo per “governance repubblicana”: un processo di responsabilizzazione dei cittadini che ci consenta di raggiungere quei livelli di libertà individuale (non certo individualistica), spirito critico e, in definitiva, la costruzione di una società inclusiva che cerchi di rispettare le diversità di progresso intorno a questo amore fraterno.

In questo stesso senso, il testo non smette mai di insistere ripetutamente sullo sviluppo del bene comune dell'umanità. Di fatto, affronta alcuni degli ostacoli su cui inciampiamo lungo la via del bene comune globale, come il fatto di avere una coscienza sempre più individualista. E qual è secondo il Papa la via per interrompere questo individualismo? È senza dubbio la fratellanza, concetto che sviluppa meticolosamente lungo tutta l'enciclica. La mancanza di questa fratellanza è il riflesso vivente dell'individualismo, che spiega così: “Nella società globalizzata, esiste uno stile elegante di girare la faccia da un'altra parte”. Questo ci distoglie, di conseguenza, da ciò che dovrebbe essere la chiave delle nostre azioni quotidiane, ovvero mettere il gruppo al centro - da una prospettiva di responsabilizzazione dei cittadini - essendo tuttavia consapevoli che alcuni continueranno a pensare in politica e in economia solo in termini di vantaggi per i propri giochi di potere.

Come abbiamo ricordato in precedenza, è stato nell'antica Grecia che l'embrione della democrazia prese forma grazie all'assemblea, la riunione dei cittadini. Pericle, oratore e politico ateniese, già nel V secolo a.C. faceva un ulteriore passo e spiegava la necessità di “dotarsi di un sistema politico che proteggesse gli individui dagli abusi dello Stato e che tutelasse lo Stato dagli egoismi”. Sono esattamente questi egoismi che Papa Francesco invita a contrastare e perciò il suo consiglio è sempre lo stesso: metterci al servizio del bene comune e alimentarlo.

È emblematico osservare anche come il Papa segnala, per esempio, il razzismo come possibile causa della mancanza di fratellanza globale. Questo ci offre spunti per contrastare l'estrema destra; la lotta contro questo flagello fa parte dell'insieme dei valori repubblicani da molto tempo. In un certo senso, tutta l'enciclica è come un’ode a questo repubblicanesimo che difendiamo a tutti i livelli istituzionali senza però nominarlo esplicitamente. Ci parla, inoltre di affrontare le disuguaglianze di genere, di origine, di disabilità… obiettivi di inclusione che bisognerebbe raggiungere se desideriamo veramente la pace e la giustizia sociale.

Papa Francesco cita, nella sua enciclica, tre valori universali che, come sappiamo, risultano ancora validi perché sono stati e sono presenti, in tutte le epoche, presenti e passate, e intorno ai quali prendono forma i valori repubblicani basilari: uguaglianza, libertà e fraternità. Riprendiamo ora il concetto di fraternità come espressione di altre costruzioni culturali, non necessariamente religiose, e che sono arrivate con successo ai nostri tempi grazie alla tradizione storica. In questo caso, la fraternità fa parte del motto della Rivoluzione Francese ma può diventare anche il riflesso di molte espressioni di solidarietà universale. Nel considerarci persone libere e uguali, il principio di fraternità implica di aiutarci per arrivare ad uno stesso obiettivo. È sotto l'ombrello del rispetto della diversità (culturale, religiosa, etnica, sessuale, di genere, funzionale…) che bisognerebbe raggiungere e mantenere il diritto fondamentale di vivere con dignità e il diritto a svilupparsi integralmente. Il Papa richiama, a questo punto, il principio dell'uguaglianza dei diritti delle persone, e, in fondo, il fatto che la parità di opportunità deve essere prioritaria rispetto al diritto di proprietà privata, un'idea che molte persone assocerebbero al pensiero socialista o marxista. Tuttavia, secondo il Papa è “irraggiungibile” se non mettiamo le persone, nel loro insieme, al centro, e il bene comune come fine ultimo. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una maggiore e migliore partecipazione sociale e civica o, in altre parole, di più democrazia.

Oggi, e nel mondo della politica ancora di più, si tende allo scambio immediato di opinioni nelle reti sociali che, secondo il Papa, si tende a confondere con il termine dialogo. Sfortunatamente, il dialogo non fa notizia o almeno, non con la stessa intensità e veemenza dei conflitti. Disgraziatamente, sia il dibattito che l'abitudine di denigrare rapidamente l'avversario sono spesso alimentati da determinati interessi che hanno più potere. Come repubblicani abbiamo insistito e insistiamo ancora di più per abbandonare questo modo di fare politica. Malgrado spesso ci vogliano indurre a rimanere in diversi modi nella vecchia politica, ci siamo sempre guardati dal farlo perché è contrario ai nostri principi. Siamo d'accordo che le differenze sono creative, creano tensione ed è nella risoluzione di una tensione che l'umanità progredisce. Pertanto, insistiamo in questa difesa feroce del dialogo - così presente nei nostri discorsi e, adesso, in questa enciclica - nonostante la repressione, nonostante gli sforzi di alcuni settori di interessi maggiormente personali di ogni tipo, per farci sviare dal nostro modo di agire. L'imposizione della legge e dei progetti politici senza un dibattito previo fa sì che una parte della cittadinanza li intenda come imposizioni arbitrarie e come ostacoli che bisogna evitare, superare e cambiare. Perché da questa difesa sincera del dialogo da pari a pari nascono i consensi, elementi chiave per raggiungere la pace, la libertà e la giustizia sociale.

 

Omar Noumri Coca è sindaco di Castellò de Farfanya (la Noguera)

Oriol Junqueras i Vives è presidente di Esquerra Repubblicana de Catalunya