Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

Galleria di immagini

(Laura Mor/Jordi Llisterri –CR/Vic) Sacerdote della diocesi di Tortosa, nel 2003 la nomina di Romà Casanova a vescovo di Vic fu una sorpresa. Ora è uno dei vescovi catalani da più tempo nella sua diocesi. In precedenza era stato parroco di diverse parrocchie e direttore spirituale del Seminario diocesano durante il mandato del vescovo Ricard Maria Carles. A Vic ha dovuto affrontare l’invecchiamento del clero e la conservazione del patrimonio di una delle diocesi catalane con più storia. Ora ha avviato il sinodo diocesano, il primo in Catalogna dai tempi di quello celebrato a Tortosa trent’anni fa.

Questa conversazione fa parte del ciclo di interviste con i vescovi catalani.

 

Nel 2019 ha avviato il sinodo della diocesi di Vic, il Sinodo per la Speranza. Poco dopo l’inizio di questa assemblea diocesana sono arrivati la pandemia e il confinamento. Come siete andati avanti?

Il Sinodo è vivo e lo faremo come potremo. Non è come l’avevamo sognato. Sarà diverso. La pandemia è un colpo molto forte e serve anche a ripensare molte cose che erano state inserite nel temario. Quali sono le seti profonde delle persone? Dove cercare l’acqua per saziarle? Come ci sbagliamo a volte? Il confinamento ci ha sorpresi quando si lavorava sul tema persona e società, ora siamo sul tema di Gesù. Crediamo che sia la cosa più importante: conoscere Gesù e rispondere alle domande fondamentali. Chi è Gesù? Cos’ha a che vedere con noi? Crediamo davvero che è vivo? Su questo è stata fatta una riflessione e ora stiamo preparando il tema della Chiesa. Alla fine si raccoglieranno tutti i contributi dei gruppi e faremo un documento di lavoro, un Instrumentum laboris. Era previsto per ottobre, lo faremo un anno più tardi.

 

Quanto alla partecipazione, il sinodo è stato ben accolto?

Sì. Sono stati fatti 150 gruppi dopo la convocazione, abbiamo dedicato un anno a pensare come fare il sinodo, presentarlo e incoraggiare la gente. In ogni arcipretura c’è stata una domenica in cui si è celebrata una sola Messa presieduta dal vescovo e una presentazione del sinodo. È andata bene e sono usciti 150 gruppi. Eravamo euforici. Poi è arrivata la pandemia. Ma che dobbiamo fare? Andiamo avanti. Tutto è provvidenziale. Il Signore non ha voluto la pandemia però la Provvidenza ci ha portati a fare il sinodo durante la pandemia. Non so perché ma è così. La Provvidenza è così. Nel positivo e nel negativo.

 

Se il sinodo darà i frutti sperati, cosa dovrebbe cambiare nella diocesi di Vic?

Non so quale sarà il frutto. Sono aperto. Il cammino sinodale è cammino. I gruppi lavorano, il vescovo riassume e se ne fanno documenti e poi si continua a vedere come si mette in pratica il sinodo. Credo – e sembra che tutti rispondano così – che dobbiamo lavorare su cosa deve fare la Chiesa in questo momento e negli anni a venire per essere autenticamente evangelizzatrice e come annunciare il Vangelo di Cristo. L’abbiamo chiamato Sinodo per la Speranza perché pensiamo che che quello che manca è la speranza. E la fede cristiana porta speranza perché parla di un amore che accompagna sempre; parla di pienezza di vita; parla di realtà fondamentali della vita che aiutano a camminare… Come noi nel secolo XXI siamo portatori di speranza del nostro mondo annunciando Cristo? Questo è il frutto.

Questo significa molte cose. Da come ci dobbiamo strutturare, cosa dobbiamo potenziare, quali linee d’azione dobbiamo avere. Ma non è nemmeno stabilire se dobbiamo ridurre dieci o quindici parrocchie. Non è tanto una questione strutturale. È ottenere che le persone che fanno parte della Chiesa siano realmente convinte della nostra fede e del desiderio di portarla agli altri. Tutto il temario del cammino sinodale è questo. E questo richiede uno sguardo sul mondo ascoltando, dialogando, con comunione, con preghiera, con la lectio divina. Uno sguardo sul mondo che non sarà mai di condanna se crediamo che Dio ama tanto il mondo da dare il suo Figlio. Uno sguardo sul mondo di amore e misericordia. Poi, Gesù come risposta. E la Chiesa che unita a Gesù ha la missione di portare agli uomini Cristo che è colui che salva.

 

SE CI LIMITIAMO A CAMBIARE LA STRUTTURA RESTEREMO UGUALI

 

Oggi quando pensiamo alla Chiesa ci fissiamo soprattutto su una struttura che forse è sovradimensionata. Bisogna cambiare anche questo?

Se facciamo solo questo non cambierà niente. Se ci limitiamo a cambiare la struttura resteremo uguali. Cosa otteniamo se invece di cinque parrocchie nel facciamo una ma i membri della Chiesa non siamo convinti e abbiamo perso la fede? Se non lottiamo perché realmente la fede impregni tutta la nostra vita e abbiamo lo zelo di uscire? 

 

Non si sta facendo più una pastorale di mantenimento?

Non direi così. Ce n’è, perché bisogna farla. Però io vedo zelo nei sacerdoti e vedo zelo in generale. È che evangelizzare è molto duro. È durissimo. Per esempio, fai tutto il lavoro per la catechesi, lo fai meglio possibile, arriva la comunione e che bello quel giorno… e poi finisce tutto. C’è zelo ma è faticoso trovare metodi e i metodi che ci sono faticano a farsi strada. Abbiamo una delegazione di evangelizzazione che cerca di vedere come supportiamo le parrocchie. L’attività evangelizzatrice c’è ma costa trovare i cammini e i frutti sono molto pochi. Penso che il sinodo ci può aiutare.

 

Cos’è la cosa più importante che ha offerto la Chiesa in questo periodo?

Due cose. Una è la carità attraverso la Caritas, che è la Chiesa. Caritas ha risposto e a Vic ha fatto un servizio importante. Sono contento della Caritas perché è quella che sta sempre attenta a ciò di cui ha bisogno la gente e si adatta continuamente. Poi c’è stato tutto il servizio religioso. Le dirette via internet hanno reso un gran servizio. E il servizio dei sacerdoti. L’attenzione alle persone che hanno perso un familiare, come le hanno accompagnate, come sono stati vicini, come hanno donato consolazione… tutti i sacerdoti hanno fatto le celebrazioni che i familiari abbiano richiesto. E qualcuno è stato coraggioso, in quei momenti di pandemia forte, con i rischi per andare a fare un’unzione, una sepoltura, una benedizione alla camera mortuaria. È un servizio nostro che è stato fatto.

 

NE SERVIREBBERO IL TRIPLO DI PRETI PER POTER MANTENERE I LIVELLI. COME SI FA? PRIMA DI TUTTO CONFIDANDO IN DIO

 

Da quando è arrivato a Vic nel 2003 sono morti 144 sacerdoti e ne sono stati ordinati molto pochi.

Ne ho ordinati 15 diocesani e 4 claretiani.

 

Questo segna una tendenza con poco più di un centinaio di cappellani dei quali la metà in pensione. Come si governa tutto questo? Quali soluzioni si trovano?

Quando sono arrivato ero uno degli undici preti più giovani della diocesi. E in quegli anni non ne entrava nemmeno uno in seminario. Averne ordinati 15 di questi tempi non è poi così disastroso. Ma ne servirebbero il triplo per poter mantenere i livelli. Come si fa? Prima di tutto confidando in Dio. È evidente. Poi c’è stato un fatto un po’ peculiare di Vic: la relazione con altre diocesi extra europee. Succede anche altrove, ma a Vic con più frequenza. Nel secondo anno in cui ero qui un sacerdote che era stato missionario mi parlò di un prete dell’arcidiocesi di Kigali che stava studiando a Salamanca. Doveva fare il dottorato e il sacerdote che lo conosceva mi chiese che rimanesse a studiare qui aiutando in una parrocchia. Poi i vescovi di là hanno trovato conveniente questa formula. Loro possono inviare preti a studiare qui e non devono pagare gli studi perché provvediamo noi. Da allora hanno cominciato a venire. Venire e andare. Non tutti rimangono qui. Solo alcuni, come, per esempio, l’attuale rettore della Seu (cattedrale, ndt) di Manresa. Hanno cominciato a venire anche dal Ruanda e dal Congo ne sono venuti alcuni come missionari. E anche dal Paraguay, perché conoscevo il vescovo, e abbiamo relazioni anche con la Colombia.

 

Questo clero di altre Chiese extra europee attualmente ha un peso numericamente significativo in diocesi?

Sono una ventina in tutto. Certo, un numero importante. E hanno un peso perché sono giovani. Hanno l’età per lavorare ed essere presenti.

 

E questo è ben accetto?

Sì. Credo che siamo un solo presbiterio. Non siamo quelli di qui e quelli di fuori. Ancora di più i sacerdoti che lavorano nelle parrocchie. Questo significa come ci conosciamo meglio, come lavoriamo, quali doni apportano loro a noi, come si integrano ancora di più qui e non solo nella lingua ma come vigiliamo perché possano esercitare il sacerdozio in modo normale e in pace.

 

Nessun problema con i sacerdoti di Vic?

No, no, no. Mai. Nessun consiglio presbiteriale ha mai detto nulla. È che ci aiutano. E vedono che se non ci fossero, loro dovrebbero reggere più parrocchie.

 

IO NON STO PROMUOVENDO UNA SPIRITUALITÀ PIÙ TRADIZIONALE. TUTTO È PROVVIDENZIALE

 

L’arrivo di clero di altre diocesi e anche di nuovi movimenti di vita religiosa ha portato a dire che lei ha voluto promuovere una spiritualità più tradizionale, più antica, più devozionale nella diocesi di Vic. Sta promuovendo questo?

Ognuno lo intepreti come vuole. Non mi dà alcun fastidio. Io non sto promuovendo niente. Tutto è provvidenziale. Per esempio, nemmeno conoscevo l’Istituto del Verbo Incarnato (IVE, ora presente a Manresa, ndt). È successo che un diacono è zio di una religiosa di questa congregazione e mi parlò dell’Istituto. E mi disse una parola per me provvidenziale: cattedrale. Quando arrivai trovai la cattedrale con preti anziani e poca vita. Nel 2014, in occasione della visita Ad Limina dei vescovi catalani, incontrai il superiore dell’IVE. E nella conversazione uscì un’altra parola provvidenziale: Manresa. Il fondatore infatti era molto devoto di S. Ignazio. Andò così, nulla di più. Ma quando sono arrivati ci sono stati mezzi di comunicazione che fecero una battaglia dicendo che erano del regime di Pinochet e non so che altro.

 

Un’alternativa non potrebbe essere che i laici coprissero i vuoti lasciati dai sacerdoti?

No. No. Attualmente, per esempio, sono laici il segretario generale e la vicesegretaria della diocesi. E come vescovo ho nominato alcuni laici per aiutare in parrocchia. Ma non sempre ha funzionato. In generale la gente vuole preti.

La mia idea è di proseguire affinché le parrocchie di un settore comprendano che fanno parte di una comunità di parrocchie, con una centrale in cui si celebra sempre la messa per tutte le comunità di quel territorio. E nelle altre parti si andrà quando si potrà: una volta al mese, ogni due mesi o una volta l’anno o per un funerale perché sono paesi piccolissimi. Ma bisogna rafforzare la consapevolezza di far parte di un’unica comunità, che la celebrazione eucaristica non è solo la messa di quella cittadinanza più quelli che vengono da fuori. Penso che andiamo in questa direzione. Siamo quasi 200 parrocchie ma alcune sono talmente piccole che lo sono solo di nome.

 

PERCHÉ DOBBIAMO FARE TRE MESSE SE ENTRIAMO TUTTI IN UNA SOLA CELEBRAZIONE?

 

Si dirige verso le unità pastorali?

Mi piace di più parlare di comunità di parrocchie. Una sola comunità, non un gruppo di parrocchie. Da anni parlo di questo: la messa unica. Nelle città si fatica a comprendere. Perché dobbiamo fare tre messe se entriamo tutti in una sola celebrazione? Inoltre, è bello trovarci come comunità. Ci sono parrocchie che 15 anni fa avevano tre messe ma oggi ci stanno tutti perfettamente in una. L’Eucarestia è centrale e fondamentale per una parrocchia. Ma non serve che ci sia una messa alle 8, una alle 10 e una alle 12.

 

Forse tra dieci anni, come discusso al Sinodo dell’Amazzonia, avremo un prete che copre zone molto grandi. Questo non richiede un cambio di modello? Con maggiore promozione dei laici?

No, no. Sono situazioni divierse. Qui la gente ha una cittadina vicina a dieci minuti di macchina. E l’importante non è che il laicato stia dietro l’altare. I laici facciano giornalismo, come voi… l’importante è che ci siano per la famiglia, l’educazione, la sanità, la cultura, i partiti politici, i sindacati, l’economia. Questo è il campo proprio del laicato. Non sono preti. Se sperano in questo, hanno sbagliato vocazione. Certamente i laici devono partecipare alla vita della parrocchia e alla liturgia, non lo nego. Ma che i laici occupino il posto dei preti non è la soluzione. Per me sarebbe fraintendere la realtà di quello che Cristo ha realmente voluto.

 

E perché mancano sacerdoti?

Quello che soprattutto constato è che disgraziatamente vanno insieme la carenza di preti e la mancanza di fedeli. Se c’è più fede, aumentano le vocazioni. Non è una crisi di vocazioni, è una crisi di fede. Il problema che ha l’Europa è un problema di fede, è evidente. E un problema di ragione. C’è un offuscamento della mente. Non nego che i sacerdoti dobbiamo essere migliori e che ci sono molte cose da rivedere. Il modo di vivere il sacerdozio lo dobbiamo rinnovare sempre, con più fedeltà. Ma non credo sia un problema clericale. Per me il grande problema è la fede.

 

Parliamo del patrimonio. Il Museo episcopale di Vic è uno dei più importanti del paese e la diocesi deve riservare molte risorse alla conservazione del patrimonio culturale. Pensa che sia un lavoro abbastanza riconosciuto pubblicamente?

Penso di sì. Ogni parrocchia ha la sua ricchezza. E il Museo di Vic è molto ben posizionato in Catalogna e ha collaborazioni anche con il Comune e con il Dipartimento di Cultura della Generalitat, che fa parte del patronato. Penso che sia una cosa buona. Delle due cose che più vengono apprezzate della Chiesa una è la Caritas, l’altra la conservazione del patrimonio.

 

IN QUESTO PAESE C’È LIBERTÀ. UNO PUÒ DIFENDERE QUALSIASI POSIZIONE​​​​​

 

Terminiamo parlando della situazione politica che vive la Catalogna. Come valuta la risposta della Chiesa?

Penso che noi vescovi dobbiamo stare al posto nostro. Parliamo, ci complementiamo e ci aiutiamo. Abbiamo tutti lo stesso parere: servire questo popolo. Penso che la nostra posizione è stata rispettosa, chiedendo dialogo, rispetto, armonia e pace. Il tema chiave è questo. I temi politici concreti sono sempre discutibili e noi non c’entriamo. Non dobbiamo entrarci. Io sottolineo sempre che, sia quale sia la realtà politica di questo Paese, la Chiesa continuerà a fare la stessa cosa, che è servire questo popolo seguendo il Vangelo. Se la Catalogna sarà indipendente o meno, noi faremo la stessa cosa.

 

Quando entrano in gioco i diritti e le libertà, non crede che ci siano settori che aspettano una voce più chiara da parte della Chiesa?

Non mi sembra. In un paese in cui non c’è la libertà di esprimersi, la Chiesa deve essere la voce dei senza voce. Ma in questo paese c’è libertà. Uno può difendere qualsiasi posizione. Sugli argomenti politici i partiti possono dire quello che vogliono e il loro campo è questo. Sono d’accordo che c’è una questione di diritti ma prima di tutto è politica. Sarebbe diverso se fossimo in una dittatura e non potessimo dire certe cose. Allora sì che dovremmo parlarne. Ma non è questo il caso.

 

Nel territorio della sua diocesi c’è la prigione di Lledoners (dove sono reclusi i politici catalani indipendentisti, ndt). C’è andato?

Sì, sì, diverse volte, anche se ora la pandemia lo ha un po’ impedito. Ci sono andato e ho parlato con i prigionieri indipendentisti. Sono andato a celebrare eucarestie o a presentare un film, con la partecipazione di alcuni di loro. Ci sono andato per la festa della Madonna della Mercede e anche a Natale. Siccome è una prigione nuova, non c’era la consuetudine di celebrare la messa di Natale la sera del 24. C’erano sempre problemi. Mi sono mosso, ho perfino parlato con il presidente Torra (l’ex presidente del governo catalano, ndt) e siamo riusciti a celebrare la messa due anni, quest’anno non è stato possibile per il Covid.

 

Crede che in questo senso i prigionieri politici si sentano accompagnati?

Chi è credente è contento di questo servizio. Ci hanno ringraziato per i sacerdoti che vanno. Penso che si sentano assistiti in questo senso.