Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

Galleria di immagini

(Víctor Rodríguez –CR)  Si potrebbe quasi dire che è l’unico residente della piazza S. Filippo Neri, un luogo “dove le strade incantano”, come dice la canzone di Txarango. L’oratoriano Antoni Serramona (Lleida, 1941) ci accoglie cordialmente alle porte dell’Oratorio di S. Filippo Neri, una casa religiosa presente a Barcellona dal 1673. Da qui, nel 1885, sarebbe stato fondato l’Oratorio di Gràcia e molto prima, nel 1723, quello di Vic, i tre luoghi della Catalogna dove i discepoli di S. Filippo sono attualmente presenti. Padre Serramona fa notare che “la struttura e lo stile della chiesa e della casa dell’oratorio di Gràcia sono molto simili a questo: un austero barocco catalano”.

Le case dell’Oratorio fondato da San Filippo nel XVI secolo hanno, come i monasteri, piena autonomia e stabilità di membri. Sono retti dalle Costituzioni copia di quelle della Congregazione di Roma e si governano attraverso gli accordi dei membri presieduti dai deputati e dal preposito, eletti democraticamente ogni tre anni. Non ci sono strutture superiori con un provinciale o un superiore. Gli oratoriani (in Catalogna chiamati popolarmente felipons) sono “chierici secolari di vita comune senza voti”. I vari Oratori del mondo formano una Confederazione che, assimilata ad altri istituti religiosi, si riunisce in un congresso sessennale e ha un delegato della S. Sede che vigila sul rispetto degli Statuti e delle Costituzioni.

“Non siamo un ordine né una congregazione religiosa ma una società di vita apostolica di diritto pontificio” spiega Serramona. Per essere ammessi c’è un percorso di tre anni. Va votata l’ammissione, va approvato un primo anno di noviziato, poi seconda votazione e quindi altri due anni di noviziato, con la terza votazione. Se questa è positiva, avviene la piena aggregazione, che equivale alla professione solenne dei religiosi. Il conferimento dell’Ordine sacro, se è il caso, segue un iter indipendente. Possono esserci anche laici “pienamente aggregati”; come pure lungo la storia molti membri sono entrati nelle congregazioni già ordinati, mantenendo l’incardinazione originaria.

Per molti anni, soprattutto prima del Concilio Vaticano II, gli Oratori erano conosciuti e famosi per la pratica del sacramento della Confessione e la direzione spirituale. I padri svolgevano anche altri ministeri, sempre d’accordo con il vescovo locale: assistenza ai malati, confessori di religiosi, di seminari, censori di libri… Serramona ricorda le lunghe code che c’erano per confessarsi e ammette che i “felipons” erano ribattezzati, con un certo sarcasmo, “certosini secolari”, per il rigoroso rispetto del silenzio, della solitudine e dell’osservanza che regnavano prima del Concilio.

 

“Smettete di giocare che passa don Antoni”

Uno degli assidui frequentatori dell’Oratorio di Barcellona era Antoni Gaudí. Negli ultimi anni della sua vita, quando era ormai dedicato totalmente alla Sagrada Familia, dove abitava, ogni pomeriggio scendeva a piedi per assistere alla funzione, incoraggiato dal vescovo Torras i Bages, grande amico dell’Oratorio. Questo religioso, riferimento del catalanismo conservatore, predicò molte volte nella chiesa ed era invitato a cenare in un religioso silenzio. Serramona racconta che giunse a chiedere l’ingresso nella Congregazione, arrivando a pronunciare il “discorso di prova”. Fu allora che venne nominato vescovo di Vic e abbandonò l’idea di entrare nell’Oratorio. Gaudí, che seguiva il percorso di Torras i Bages, frequentava assiduamente i padri Agustí Mas e Lluís Maria de Valls, con i quali condivise discorsi su musica gregoriana, liturgia e poesia e, quando era il caso, si confessava.

Erano gli anni in cui l’Oratorio di Barcellona aveva un coro numeroso per gli atti liturgici. Nell’attuale chiostro, che veniva utilizzato come area giochi, calava un rispettoso silenzio quando passava il geniale architetto. Qualche padre avvertiva: “Smettete di giocare che passa don Antoni”. Gaudí doveva attraversare il chiostro per incontrarsi con i suoi direttori.

La chiesa barocca ha, nelle cappelle laterali, numerose pale, alcune accuratamente restaurate. In fondo alla crociera ci sono due grandi tele di Joan Llimona, dipinte nel 1901 e nel 1902. È rappresentato San Filippo mentre celebra la Messa e levita e, nell’altra, mentre istruisce i bambini al Gianicolo. In entrambi, il volto del santo ricorda molto quello di Gaudí. È verosimile che Llimona abbia preso Gaudí come modello. Li univa una grande amicizia, entrambi erano legati al Circolo di San Luca e, inoltre, in quegli anni l’architetto aveva già la barba e i capelli bianchi. Anche se non ci sono altre prove, tutto sembra corroborare l’ipotesi che il santo abbia il volto dell’architetto.

Gaudí sarebbe stato investito da un tram in via Bailèn il 7 giugno 1926 mentre si recava, come ogni giorno, all’Oratorio. E fu padre Agustí Mas, suo confessore abituale – e martire durante la rivolta del maggio 1937 – che lo assistette nell’ospedale della Santa Croce quando fu riconosciuto dopo l’incidente. Sia di padre Mas che di Gaudí è in corso il processo di beatificazione.

 

Il bombardamento

Il tempio ora è conosciuto soprattutto per le “cicatrici” della facciata, ed è divenuto probabilmente uno degli edifici del quartiere gotico più fotografati. È memoria viva delle bombe sganciate dall’aviazione fascista italiana su Barcellona il 30 gennaio 1938. Il bombardamento colpì l’attuale piazzetta di S. Filippo, una piccola parte della sagrestia e il convento. La prima bomba cadde sulla piazza, distrusse due case e uccise diverse persone. “A causa dell’onda d’urto, le porte della chiesa finirono contro l’altare” spiega Serramona. E aggiunge: “Anni dopo, quando fu restaurato il Santo Cristo dell’altare maggiore, il restauratore trovò schegge incastrate nel legno, schegge che ci sono ancora, nascoste sotto la vernice”.

La seconda bomba cadde sulla sagrestia, sopra a cui c’è la biblioteca, facendo crollare anche il rifugio sottostante, a cui si poteva ancora accedere dall'interno dell'edificio. “Vi morirono 42 bambini che vi si erano rifugiati” ricorda padre Serramona. Sulla facciata una targa ricorda il tragico evento.

Serramona spiega che la chiesa non fu bruciata durante la Guerra Civile: “Si salvò, sembra, perché oltre ad esser accanto alla Cattedrale e alla Generalitat, gli studenti bloccarono le serrature con la cera per evitare che venisse saccheggiata. È la testimonianza che ho avuto da alcuni ex scolari che erano presenti”.

La comunità ha tardato un po’ a rientrare una volta finita la Guerra perché la parte conventuale era stata confiscata. Sarebbe finita così la vicenda che vide il vescovo Irurita nominare tre padri dell’Oratorio come vicari generali perché portassero il peso della diocesi mentre lui si nascondeva. Ancora oggi, la sua scomparsa e la morte sono un mistero.

Anni dopo la fine della Guerra si sarebbe disegnata la piazzetta come la conosciamo oggi, molto diversa da come era prima del bombardamento. Serramona spiega che “le nuove case hanno facciate trasportate dalle corporazioni di vasai e calzolai”. Fino alla fine degli anni 50 non esistevano né l’attuale piazza né la scuola.

 

“Dobbiamo trovare candidati creativi e coraggiosi

La situazione di questa società di vita apostolica nel mondo, dove negli ultimi anni sono stati creati oltre 60 nuovi oratori, contrasta con la delicata situazione locale e, in generale, in Spagna, con poche eccezioni. Perciò padre Serramona è determinato: “Dobbiamo trovare candidati creativi e coraggiosi capaci di definire che tipo di presenza è possibile e desiderabile in un Oratorio nel bel mezzo di una città così attraente come la Barcellona odierna”.