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(Glòria Barrete –CR) L'arcidiocesi di Barcellona ha avviato un piano di lavoro per costituire le future comunità pastorali. Una riforma della struttura delle parrocchie che cambierà l'attuale mappa parrocchiale della diocesi. Ma in realtà è una novità il lavoro interparrocchiale? Catalunya Religio’ Inizia a far conoscere alcune realtà che già lavorano insieme. Iniziamo dal Poble-sec (quartiere vicino al Montjuic, ndt) una comunità di quattro parrocchie che sono state raggruppate fin dal 2014 per decreto.

La comunità delle parrocchie del Poble-sec è formata dalle parrocchie di Santa Madrona, San Salvador d’Horta, San Pietro Claver e Madonna di Lourdes. Nonostante l'allora cardinale arcivescovo Lluis Martinez Sistach firmò nel 2014 il decreto di aggregazione, il lavoro interparrocchiale era una realtà già da anni. “Sono ormai 10 anni che lavoriamo insieme” spiega Joan Cabot, arciprete di Rambla-Poble sec. In questo caso la norma è nata dalla realtà. Prima c'è stato il lavoro interparrocchiale e successivamente il decreto.

Da anni i sacerdoti delle quattro parrocchie del Poble-sec vedevano che le persone erano sempre meno, sia sacerdoti che laici impegnati. “In fondo è legge di vita che le comunità diventino più piccole” spiega Cabot. In quel momento tre parrocchie su quattro avevano rettori ultra-settantacinquenni. “Avevamo la sensazione di invecchiare, che forse in futuro non ci sarebbero stati sacerdoti per tutte le parrocchie, e dunque abbiamo visto che l'idiosincrasia del proprio quartiere aiutava a lavorare insieme”.

Questa radiografia pastorale del momento fu fondamentale per iniziare, timidamente, a lavorare insieme in alcuni ambiti pastorali. “È stato un processo voluto, non forzato” ricorda Cabot. C’era gente che collaborava in una parrocchia o nell'altra ma che non era di una parrocchia concreta bensì “del quartiere del Poble-sec”. Due anni dopo cominciarono le riunioni congiunte dei consigli pastorali delle quattro parrocchie per pensare quali cose si potessero fare insieme. “Tutto molto naturale finché nel 2012 si pose la questione di fare qualcosa di più serio”. Dalla normalità quotidiana scaturì la norma in forma di decreto.

Cabot ricorda che fu interessante e decisiva nell'iter un'assemblea di sei mesi nel 2014 con sessioni mensili. Fu stilato un documento con obiettivi e proposte concrete. Si configurò la nuova struttura in modo che ogni parrocchia avesse un ambito pastorale invece di essere presenti tutte in tutti gli ambiti. In alcuni c'era una commissione formata da gente delle quattro parrocchie. Ora, riconosce Cabot, “abbiamo ottenuto che la gente non si consideri di una parrocchia o dell'altra ma che si sentano del Poble-sec”.

I parroci hanno una nomina “in solidum”, cioè lo sono di tutte e quattro le parrocchie. “Anche a noi è costato adattarci e comprendere che non eravamo di una parrocchia ma di tutte”. Attualmente sono 5 i rettori che hanno stabilito di non avere una messa fissa ma che la domenica girano nelle varie chiese. “La gente che va a messa non sa chi troverà a celebrare”. Questo, secondo Cabot, “ha aiutato ad essere tutti referenti per tutti”.

Le parrocchie del Poble-sec contano anche su un consiglio pastorale unico. “Questo è fondamentale” spiega Cabot. Un elemento chiave che ritiene replicabile altrove. Sottolinea che la formula dei sacerdoti “in solidum” non sa se funzionerebbe da altre parti ma quando alcuni sacerdoti di una determinata zona possono essere referenti per la gente, “si dovrebbe lavorare in tutte le parrocchie allo stesso modo”.

Ora che l'arcidiocesi di Barcellona vuole avviare una nuova mappa pastorale, è normale considerare la realtà del Poble-sec esistente da 10 anni. Cabot, tuttavia, chiede di “non essere glorificati né posti come esempio o modello”. Ricorda che ogni realtà è diversa e che non bisogna dimenticare che “non si può riprodurre per filo e per segno l’esperienza dappertutto”. “Non bisogna pensare che questa nostra realtà è l'unica formula che funziona. Bisogna imparare da tutti” conclude.