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(Laura Mor –CR) Mercoledì scorso c'è stato movimento su Via Pons i Gallarza a Barcellona. Il sindacato inquilini del quartiere Sant Andreu si è mobilitato per fermare lo sgombero di una famiglia che vive in una casa del quartiere. Questa volta, però, dietro lo sfratto non c'è nessun fondo di investimento o fondo immobiliare speculativo, ma la Fondazione per l’edilizia sociale, che assiste le famiglie della Caritas diocesana di Barcellona, ​​Terrassa e Sant Feliu. Chi sono, come funzionano e perché hanno preso una decisione così controversa?

La Fondazione è nata oltre 30 anni fa per combattere l'esclusione residenziale. La sua missione è fornire una risorsa residenziale e consentire alle famiglie di diventare autonome. Segue i principi dell'"Housing First": con un alloggio dignitoso c'è una maggiore possibilità di superare situazioni di esclusione. Non è un immobiliare per persone senza risorse, ma fa un percorso con le famiglie perché siano in grado di diventare autonome.

Lo fa attraverso uno stretto monitoraggio e in rete con altri agenti sociali del territorio. Opera nel campo economico, dell’inserimento lavorativo, con la formazione, effettua il monitoraggio socio-educativo, psicologico e di salute mentale quando richiesto, e anche con l'ambiente comunitario per favorire il reinserimento.

Con il contratto d'affitto, la famiglia si impegna a seguire un piano di lavoro su misura. Gli viene assegnato un educatore di riferimento che proviene dalla stessa Fondazione, nel caso di Barcellona, o​ dalla Caritas Diocesana, nel caso di famiglie di Sant Feliu o Terrassa. E sono tenute a contattare i servizi sociali e mettersi in lista per le case popolari.

In linea di principio si tratta di contratti di un anno, che vengono mantenuti finché la famiglia segue un piano di lavoro. In generale la media è compresa tra 4 e 5 anni e mezzo, periodo che consente di assumere un sufficiente grado di autonomia. L'alloggio non è più necessario quando la famiglia ha accesso alla casa popolare o quando può permettersi un appartamento sul mercato.

Da dove si prendono gli appartamenti? Alcuni sono di proprietà della Fondazione, ma altri sono anche ceduti: individui che vogliono dare un uso sociale a una casa che non utilizzano. La Fondazione le sistema e fa la manutenzione.

Attualmente si offrono 462 case, su base temporanea, a persone che hanno bisogno di questo sostegno abitativo. Si firmano contratti di affitto sociale, con prezzi ben al di sotto del mercato, che vanno dai 30 ai 280 euro al mese di affitto.

E se la famiglia non può pagare l'affitto o le bollette? Il team della Fondazione è consapevole delle difficoltà dei vari profili che assiste. Ecco perché è comune che queste spese siano sostenute da loro, sia direttamente dalla Fondazione, sia attraverso la Caritas Diocesana. Man mano che la famiglia ha una fonte di reddito, i pagamenti per le forniture vengono adeguati in modo che possano assumersi questa responsabilità. In nessun caso il mancato pagamento di canoni o bollette costituirà condizione sine qua non per la cessazione del rapporto con la Fondazione.

Mai prima d'ora la Fondazione aveva deciso di intraprendere un'azione legale con nessuna delle famiglie di cui si prende cura. Perché lo ha fatto adesso con il caso di Sant Andreu, con cui ha rapporti dal 2013? Il motivo fondamentale è che la coppia, che è l'unico nucleo familiare nella casa, non ha seguito il piano di lavoro stabilito e non aveva presentato richiesta, al momento dovuto, per un alloggio protetto ufficiale.

Da tempo hanno smesso di ricevere l’educatore loro assegnato e nel tempo hanno interrotto ogni comunicazione con la Fondazione. La storia dei tentativi di negoziare e offrire alternative alla famiglia è lunga, ma si scontra sempre su un punto: la famiglia vuole un appartamento permanente. Ma non è questo lo scopo della Fondazione, che opera per offrire opportunità temporanee che favoriscano l'autonomia delle persone.

Senza abbandonare la famiglia, la Fondazione ha cercato una mediazione con altri agenti. E in questi mesi sono stati raggiunti accordi tra le parti, ma più volte disattesi dalla famiglia. Tra gli interlocutori c'è il Sindacato inquilini, che si è fatto portavoce della coppia. E che ha sbandierato un discorso molto ingiusto: la Caritas sfratta. Inoltre, sulla facciata delle parrocchie più vicine, come quella di Sant Andreu del Palomar, sono state dipinte frasi che alludono alla responsabilità della Chiesa in questo conflitto.

La Fondazione vuole invece recuperare la casa, per darla a famiglie che necessitano di un appartamento in affitto sociale. La lista d'attesa è lunga, con una media tra 27 e 35 famiglie. La coppia in questione vive in una casa di 101 metri quadrati su due piani con giardino, con una capienza di otto persone, una delle più grandi attualmente a disposizione della Fondazione.