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(Jordi Llisterri) Scusate se mi occupo di politica. Ma la copertina di questa domenica di ABC ha passato il segno. La nota dei vescovi catalani sulle “misure di grazia” e il successivo sostegno verbale, non scritto, della Commissione Permanente della Conferenza episcopale spagnola, ha riacceso il dibattito. La scorsa settimana sui siti e nei titoli dei quotidiani spagnoli si è potuto leggere ogni tipo di insulto contro i vescovi.

Qualcuno potrebbe rimanere sorpreso da questa adunanza di settori teoricamente vicini alla Chiesa. Ma una volta di più si dimostra che sono prima di tutto spagnoli e di destra, e cattolici solo se conviene. Certamente non è peccato essere spagnoli e/o di destra, ma sono abituati, nel loro immaginario, a considerare un peccato il fatto di essere indipendentisti o sovranisti e/o di sinistra. La dimostrazione di questo ordine di priorità è che una delle minacce più ripetute in questi giorni è che se non rettificano e tutti i vescovi non giurano fedeltà eterna al Tribunale Supremo (quello che ha condannato gli indipendentisti, ndt) e alla Corte dei Conti (che ha indagato una quarantina di politici e funzionari per il referendum del 2017, chiedendo risarcimenti milionari, ndt), non metteranno più la crocetta sul finanziamento alla Chiesa Cattolica (un sistema analogo all’8 per mille vigente in Italia, ndt).

Lo scorso fine settimana l'argomento era sulle copertine di ABC e La Razón. La prima con la foto del cardinale Joan Josep Omella e l'accusa di piegarsi ai secessionisti, con una foto che significa che così si chiude la bocca alla vera Chiesa spagnola. Su La Razón sottolineano che il presidente del PP non si identifica con questa Chiesa.

Niente di nuovo. In altre occasioni quando la Chiesa non ha detto quello che piace a questi settori, avevano fatto lo stesso. L'ex presidente Aznar poco tempo fa diceva di prendere la mira ma non bisogna dimenticare che ai suoi tempi ha già sparato. Nel 2002 creò una situazione di tensione con i vescovi spagnoli che non si ricordava da quelli del caso Añoveros, quando, nel 1971, Franco espulse il vescovo di Bilbao per aver chiesto diritti e libertà per i baschi durante un’omelia. Nel 2002 il governo Aznar arrivò a convocare per consultazioni il nunzio Monteiro a causa della pastorale dei vescovi baschi che considerava morbida nei confronti del nazionalismo. Circostanza che portò al famoso documento della Conferenza Episcopale Spagnola sull'unità della Spagna che ora ABC e La Razón rimpiangono e che nel 2015 tornò ad essere motivo di polemica tra i vescovi catalani e spagnoli.

Qual è ora la differenza? Che nel mirino c'è il cardinal Omella. Che quando arrivò Barcellona alla fine del 2015, molti “applaudirono con le orecchie” perché non era catalano e avrebbe messo ordine nella deviata Chiesa catalana nazionalista. La realtà è che Omella, cardinale dal 2017 e presidente della Conferenza episcopale spagnola dal 2020, non può dire una cosa a Barcellona, un'altra a Madrid e una terza a Roma.

Se ripassiamo le note congiunte dei vescovi catalani, vedremo che in effetti ci sono stati cambiamenti dall’arrivo di Omella. Quando era arcivescovo di Barcellona il cardinale Lluís Martínez Sistach, e con un episcopato catalano che da decenni non ha una maggioranza sovranista, le note sull’attualità politica e sociale dei primi anni del “proces” (l’iter indipendentista, ndt) raccoglievano ripetutamente concetti come “identità” o “realtà nazionale” della Catalogna, “diritti dei popoli”, e “legittimità morale di tutte le opzioni politiche”. Per esempio, è il caso della nota che ha preceduto le elezioni catalane del 2012 (quelle che portarono al primo referendum del 9 novembre 2014) o del 2015. Si riprendeva in modo praticamente letterale quanto espresso in maniera unanime dai vescovi catalani nel documento “Al servizio del nostro popolo” del 2011, che a sua volta in maniera sfumata si rifaceva al documento “Radici cristiane della Catalogna” del 1985.

Con Omella a Barcellona questi concetti sono rimasti. Per esempio, nella nota di maggio 2017 quando si preparava il referendum dell’1° ottobre. Come pure si ripeteva che “conviene che siano ascoltate le legittime aspirazioni del popolo catalano”.

Ma il 20 settembre c'è una svolta. Per la prima volta una nota della Conferenza episcopale Tarraconense fa riferimenti alla “realtà nazionale” mettendo l'accento su “bene comune”, “dialogo” e “mancanza di confronto” che segnerà tutte le note a partire dal 155 (il commissariamento del governo catalano, ndt). È la linea che traccia Omella durante la Messa per la festa della Mercede. Lì non torna a parlare di “unità” come aveva fatto ai funerali per gli attentati di Barcellona, cosa che venne interpretata come argomentazioni troppo vicine alle motivazioni costituzionaliste, causa del famoso conflitto con il presidente Puigdemont.

Solo nella nota del febbraio 2018 riappare la “dignità dei popoli” ma fino ad allora non ci sono stati altri riferimenti al tema nazionale né alle legittime aspirazioni del popolo catalano. Quello che invece è rimasto fermo è il riconoscimento della “legittimità di tutte le opzioni politiche”.

Invece nel febbraio 2018 appare nella nota dei vescovi la preoccupazione per i prigionieri indipendentisti, all'epoca ancora in carcerazione preventiva. Lo stesso giorno della sentenza per il “proces”, nell'autunno 2019, senza criticarla, i vescovi catalani introdussero un elemento che avrebbero ripetuto in altre note, cioè che il conflitto “ha bisogno di qualcosa in più della mera applicazione della legge”. La stessa cosa che ripetono ora quando spingono sulla “via della misericordia per disinnescare la tensione accumulata”.

Tutto questo ci porta alla nota in cui i vescovi catalani hanno appoggiato le misure di grazia qualche giorno prima degli indulti. Nulla che non avessero detto in precedenza e che rientra nella linea trasmessa da alcuni vescovi catalani nella serie di interviste che sta facendo Catalunya Religió.

In sintesi. Si spinge per “misure di grazia”, “dialogo”, “concordia” e “bene comune”. Si chiedono “misure di grazia” senza però mettere in questione neppure una virgola della risposta dello Stato al conflitto. Si abbassa il tono sulla “legittimità morale di tutte le opzioni politiche”. E si abbandonano la “realtà nazionale”, “i diritti dei popoli” e “le aspirazioni legittime del popolo catalano”. Il risultato è che i soliti continuano a fustigare i vescovi come se avessero dato sostegno all'indipendenza della Catalogna. Tutto già visto.