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(Glòria Barrete –CR) Gli ultimi sondaggi evidenziano come l’87% della popolazione è favorevole a una regolazione dell’eutanasia. L’8% è contrario e tra i fedeli cattolici il 49% si dice favorevole all’eutanasia normata da una legge. Sono 25 anni che si dibatte in Spagna sul tema dell’eutanasia senza alcun risultato. Lunedì 3 febbraio il salone di Cristianesimo e Giustizia ha ospitato il dibattito “Diritto a una morte degna. Di cosa parliamo?” nell’ambito del ciclo dei Lunedì dei diritti umani.

La giornalista di TV3 Mireia Prats, moderatrice dell’evento, ha aperto il dibattito contestualizzando il tema. “In Spagna l’eutanasia è un delitto che può comportare fino a due anni di prigione” ha ricordato e ha aggiunto che “attualmente è consentita solo la sedazione palliativa”.

Montse Esquerda, pediatra e direttore generale dell’Istituto Borgia di Bioetica (Url) ha sottolineato che “parlare un’ora sulla morte degna non servirà a risolvere nulla” ma ha posto l’accento sul fatto che sarebbe stata “una pillola informativa” sull’argomento. Ha quindi riconosciuto che spesso si pensa che morte degna significhi eutanasia, “e invece no, è illusorio pensare che con una legge sull’eutanasia regoleremmo il fine vita e ci aiuterebbe a morire degnamente”. Quando parliamo della morte degli altri, secondo Esquerda, inevitabilmente pensiamo alla nostra fine. La morte, ha affermato, “è sparita dalla nostra vita ora che la speranza di vita si allunga”. In passato, i bambini vedevano morire le persone. “Vedevano la morte in casa, tra i propri cari”. Abbiamo “deculturizzato” la morte, ha spiegato “non la vediamo vicina” e allo stesso tempo l’ansia per la morte oggi è molto alta. Un altro degli aspetti da tenere presenti al momento di parlare di morte degna è la formazione dei sanitari. “È piuttosto bassa su questo argomento” ha riconosciuto Esquerda. Se uniamo questo a una popolazione sempre più invecchiata e all’insorgenza di molte malattie croniche, passiamo “da una vita breve e una morte rapida a una vita lunga e a un morire lento”. Dobbiamo essere preparati al dolore e alla morte. Spesso è più facile, afferma la pediatra, “chiedere Tac, test eccetera piuttosto che sostenere la conversazione più difficile. Eutanasia non è la stessa cosa della sedazione né del suicidio assistito. La confusione di linguaggio è enorme”. “Oggi – ha aggiunto - il conflitto etico che c’è intorno al fine vita è quello dell’accanimento terapeutico e della cospirazione del silenzio”, visto che di solito il malato non sa cos’ha né se deve morire: “Il 30% delle persone che entrano in una struttura sociosanitaria per morire non lo sa”.

Ernest Botargues, educatore e responsabile dell’area sociale delle Scuole Pie, da dieci anni è volontario nell’accompagnamento alla morte dell’Associazione Tempo. Ha portato la sua testimonianza e spiegato che quello che fa il volontario è dare tempo: “Possiamo dedicare ore a stare accanto a qualcuno, perché due o tre ore con qualcuno sono sufficienti a stabilire un vincolo”. Si entra in una casa quando già si sa che la malattia è rirreversibile: “È importante sapere che quando entri in una casa è per accomiatarsi” ha ricordato. L’accompagnamento “è fatto di silenzio e di ascolto”. Il protagonista è la persona. Botargues ammette che alla fine della vita sorgono preoccupazioni e paure. “La persona si va spogliando e arriva all’essenziale. Si pacifica”. Il volontario di fronte a ciò, “che è sacro”, solamente accompagna e ringrazia. E malgrado sembri una contraddizione, Botargues afferma che “essere vicini alla morte ti fa parlare della vita”.