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(Bisbat de Vic) Nello scorso mese di luglio, in occasione del corso estivo, il vescovo di Sant Feliu de Llobregat, Augustí Cortés, è stato in visita a Vic. Approfittando della sua presenza, la diocesi lo ha intervistato sul tema del suo intervento, l'evangelizzazione.

Evangelizzare è un atto comunicativo. Comunichiamo bene?

In effetti, “evangelizzare” è un atto di comunicazione. In questo senso, l'evangelizzazione obbedisce o risponde a tutto quello che richiede un'autentica comunicazione umana. Tuttavia, l'evangelizzazione ha alcune peculiarità: è comunicazione umana ma segue il modello della comunicazione che ha lasciato Dio nella sua Rivelazione, la cui pienezza si trova in Cristo. In lui, Dio non solo ci dice cose, ma ci si è donato in forma umana (Incarnazione, Mistero Pasquale, ecc.). Dunque, come comunicatori umani che devono trasmettere un messaggio, i nostri modi di evangelizzare dovrebbero migliorare molto… Come servi che “attualizzano o fanno presente” la Rivelazione di Dio, ci manca ancora molto; ci si chiede di essere all'altezza del Dio che dona se stesso nella comunicazione, prende l'iniziativa, cerca l'altro lì dove si trova, lo fa con totale gratuità, trasmette vita e salvezza in un atto di supremo amore… in questo senso, siamo ancora lontani dall'ideale.

Lei dice che l'evangelizzazione è un atto di umanità. Perché?

Lo dico in un senso concreto. In tutta la storia della salvezza, ma con più chiarezza a partire dall'Incarnazione, Dio ha scelto l'umanità, la storia, i tempi, le cose e i luoghi umani per comunicarsi a noi. Gli evangelizzatori non sono esseri puramente spirituali (nel senso etimologico della parola siamo “angeli” ma pienamente umani) e tutto ciò che sia buono per l'autentica comunicazione umana, dobbiamo utilizzarlo. Però allo stesso tempo troviamo che tutto ciò che è umano è insufficiente per trasmettere il mistero di Dio. Non è strano che a volte non ci comprendano (come accadeva a Gesù). Se usiamo parole in linea di principio comprensibili, dobbiamo pur sempre spiegare cosa vogliamo dire; dobbiamo aiutare a “interpretare”. La grande sfida dell'evangelizzatore è sempre saper parlare di Dio con mezzi umani.

Secondo alcuni studi sociologici, come il Rapporto Foessa (Fondazione della Caritas spagnola, ndt), la società soffre la “malattia del distacco”. Come è possibile, se nell'era digitale siamo tutti connessi?

Non lo dice solo il rapporto Foessa, ma anche altri analisti. Sembra contraddittorio ma non lo è. Secondo statistiche sulle malattie psichiatriche, attualmente un giovane su quattro tra i 16 e i 25 anni ha pensato al suicidio, proprio quando i giovani sono più che mai connessi attraverso le apparecchiature elettroniche. Il motivo è che tale connessione è “quantitativa” ma molto povera “qualitativamente”. L'esperienza è frustrante: è un autentico miraggio, cercano ossessivamente il contatto per uscire dalla solitudine, ma sbagliano, perché la comunicazione non è autentica ma piuttosto superficiale e inoltre, spesso è manipolata… manca autenticità, verità, intimità e legame affettivo. È una delle conseguenze dell'alienazione e della fuga da ciò che ciascuno è nel suo cuore.

La pandemia come ha cambiato, o dovrebbe cambiare, l'evangelizzazione?

Direi che la pandemia offre una delle condizioni fondamentali per l'efficacia dell'evangelizzazione, ovvero, la consapevolezza del limite. Per alcuni questa consapevolezza è causa di depressione e sprofondamento, per altri è occasione di apertura e ricerca sincera di senso. Inoltre, la pandemia, pur incoraggiando la comunicazione di massa attraverso i media, ha fatto crescere la coscienza dell'io. Una circostanza che per qualcuno può essere pericolosa (chiusura, individualismo…) ma è positiva per l'evangelizzazione che non può mai dimenticare il tratto personale, individuale, personale, tutto quello che è proprio dell'altro, esperienza, storia, aneliti ecc.

La Catalogna è il posto di tutto lo Stato in cui ci sono meno persone che si definiscono cattoliche credenti. Dobbiamo evangelizzare in maniera diversa?

Non possiamo rispondere alla domanda sulle ragioni di questo dato statistico. Ma una cosa è chiara: la Chiesa in Catalogna non è mai stata chiusa al mondo e alla società, ancor meno dal Concilio Vaticano II. Il servizio che la Chiesa in Catalogna ha offerto alla cultura e alla società in generale è incalcolabile. Sarebbe un errore se ora la Chiesa si chiudesse. Ma è chiaro che qui, in modo particolare, bisogna tornare al nocciolo dell'evangelizzazione. Cioè, all'annuncio esplicito e concreto di Gesù Cristo, che non nasconda la sua novità radicale; a quel modo di comunicare il Vangelo che, senza paura della differenza, identifica personalmente ed ecclesialmente, avvia un nuovo percorso di ricerca, conversione e gioia, di nuova comunione…

Una delle sfide dell'evangelizzazione è l'evangelizzatore?

Concordo con quanto sosteneva De Lubac, che è la sfida, la chiave fondamentale. Senza dubbio, fare bene nei media è importante (linguaggio, risorse, tecniche ecc.). Ma se ricordiamo che non siamo venditori di un prodotto sul mercato delle molteplici offerte, il soggetto che evangelizza, la sua vita, la sua qualità evangelica, sono decisivi. I grandi evangelizzatori non sono stati proprio i migliori comunicatori ma i migliori testimoni.