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(CR) È stata presentata in Italia sui canali social delle Edizioni Terra Santa l’edizione italiana del libro di Francesc TorralbaDizionario Bergoglio - Le parole chiave di un pontificato”. All’incontro, introdotto da Roberta Russo, editor della casa editrice che ha pubblicato il volume, e moderato dalla vaticanista del Tg3 Vania De Luca, hanno partecipato padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, autore della prefazione, e lo stesso autore, docente di filosofia contemporanea all’Università Ramón Llull di Barcellona, dal 2011 presidente del Consiglio per la diversità religiosa della Generalitat de Catalunya e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. [VIDEO]

“Il sottotitolo le definisce ‘parole chiave’ ma a ben guardare si nota che non si tratta di singole parole quanto di formule – ha spiegato De Luca – soprattutto in tre ambiti: dialogo, fragilità e perdono”. Ci sono poi i neologismi, tipici del “gergo” del Papa, parole come balconear, martalismo, primear. E locuzioni che sono ormai entrate nel linguaggio consueto: da “Alzheimer spirituale” a “globalizzazione dell’indifferenza”, da “colonizzazione ideologica” a “cultura del provvisorio”. “Una formula che apre al mondo – ha detto De Luca – ma oltre che alle parole occorre guardare ai gesti, alle scelte e alla fisicità come elemento di comunicazione. Anche nel silenzio, come per esempio ad Auschwitz”.

"Cosa non facilissima"

Torralba ha saputo scegliere le “parole chiave” dai vari discorsi del Pontefice “cosa non facilissima – ha sottolineato Spadaro - perché bisogna scegliere le parole giuste. Il Papa ‘torce’ il linguaggio, fa riferimenti colti, usa neologismi”. Il direttore di Civiltà Cattolica ha fatto riferimento al “testo che cito nella prefazione, del 1999, quando l’arcivescovo Bergoglio parlò a un’associazione cristiana di imprenditori. La sua preoccupazione era il processo di svuotamento delle parole, lasciate senza peso, che non si ‘fanno carne’. A quel punto Cristo non è più una persona ma un’idea. Il Papa ha il terrore che le parole si sviliscano. In lui non c’è verbosità, in modo che non ci siano buchi nel discorso dogmatico: per lui il linguaggio è vita. Arriva a dire che l’omelia è un ‘contesto amniotico’, che dà vita. Non un linguaggio che definisce, dunque, ma un ambiente vitale che fa crescere”.

Altra caratteristica del linguaggio di Bergoglio è quella di essere “radicalmente pastorale”. Non un linguaggio “poetico, fatto di belle parole ma senza contatto vitale. Ha radici vitali energetiche, con un legame molto forte tra corpo e parola. Il Papa si torce fisicamente al ritmo della parola. La sua autorità non si esprime mai in maniera statuaria e il libro evita che le parole restino fisse, statiche”. Un concetto ripreso successivamente rispondendo alle critiche di chi accusa il Papa di non essere teologicamente preciso: “Ho avuto modo di seguire l’evoluzione del linguaggio di Bergoglio che inizialmente, negli anni ’70, era complesso e poi si è semplificato quando divenne pastore. La precisione che si richiede da Francesco è quella della tomba. Ma lui è pastore, condividere fede e vita non vuole dire stilare comunicati stampa. L’obiettivo è creare un incontro, ricorrendo al linguaggio ordinario, comprensibile”. Per questo da una parte l’“uso del gerundio è fondamentale, come per s. Ignazio”. Dall’altra, Bergoglio fa della lingua “un uso disinvolto ma efficace. Pensiamo ai neologismi, come quando a Napoli disse che la corruzione ‘spuzza’. Non è un professionista della comunicazione ma è se stesso e nel suo linguaggio esprime la sua esperienza. Il libro di Torralba ci aiuta a cogliere le radici profonde del linguaggio di Bergoglio”.

"Ho cercato quelle essenziali"

Ma come è nata l’idea di questo libro? “Non è stato un facile da fare” ha spiegato l’autore. Bisognava riprendere “concetti chiave della costruzione del linguaggio, nelle udienze, nelle encicliche, nelle esortazioni. Ho cercato quelle essenziali. Magari ce ne sono altre che non sono nel libro però quello che ho scritto l’ho trovato in moltissimi testi con le stesse parole ma con significati diversi”. Torralba è rimasto colpito dalla chiarezza: “Espressioni che si fanno ascoltare anche dai miei amici laici, arrivano. Globalizzazione dell’indifferenza, per esempio, ha valore non solo per chi crede ma anche per chi è fuori o ai margini della fede. Mi sembra una straordinaria novità”. Un Papa che “arriva molto fuori della Chiesa e questo per me ha un legame con l’uscire fuori da se stessi”. Il segreto dunque è “arrivare alle persone con parole che non esistevano. Claustrofobia esistenziale o schizofrenia esistenziale non esistono in un vocabolario filosofico, né teologico o clinico ma si fanno capire”. Senza dimenticare che nel “gioco del linguaggio ci sono tre elementi: parole, gesti e silenzi. Il libro è uno zoom sulle parole ma è difficile riflettere sulle parole senza gesti e silenzi. Con la corporeità la comunicazione diventa totale”.

Torralba è stato infine sollecitato a esprimersi su quanti criticano il messaggio sociale del Papa: “Meglio la critica dell’indifferenza – ha detto - perché l’indifferenza è non ascoltare, non vedere, non leggere. La critica corretta nasce dalla lettura di tutto il testo, non di una parola. Ed è importante anche con il contesto. È diverso un discorso in aereo o un’esortazione o il silenzio ad Auschwitz. Altre critiche sono aprioristiche, solo perché una cosa viene dal Papa si critica. A volte nelle mie lezioni faccio leggere un testo del Papa senza dire che è del Papa. Per esempio il tema del paradigma tecnocratico. Tutti sono d’accordo poi quando scoprono che lo ha scritto il Pontefice sono stupiti: ‘non ci posso credere, è impossibile...’. È una posizione aprioristica e occorre saper fare la differenza tra le critiche”.