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Fotografia: Abadia de Montserrat.

Il vescovo di Lleida, Daniel Palau, difende l'uso del catalano nel contesto della visita papale e della benedizione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Familia

Il vescovo di Lleida, Daniel Palau, ha difeso con fermezza la normalità dell'uso del catalano nel contesto della visita del papa Leone XIV a Barcellona e della benedizione della Torre di Gesù della Sagrada Familia prevista per il prossimo 10 giugno. Le sue dichiarazioni giungono in mezzo alla polemica generata dopo che la Santa Sede ha reso pubblico questo lunedì il messale della celebrazione papale, un documento che evidenzia una presenza limitata della lingua catalana in vari momenti centrali della liturgia.

"Prima di tutto dobbiamo dire che parlare catalano non è peccato", ha affermato Palau. Il vescovo ha sottolineato che "parlare, pensare e scrivere in catalano per noi è la cosa più normale e abituale" e si è mostrato convinto che "la Santa Sede, lo Stato del Vaticano, è sensibile a questa realtà e sicuramente non c'è alcun inconveniente".

"dobbiamo dire che parlare catalano non è peccato"

La pubblicazione del messale ha riaperto il dibattito sul ruolo che avrà il catalano in una cerimonia di enorme proiezione internazionale. Secondo lo schema liturgico reso pubblico dalla Santa Sede, la lingua propria della Catalogna avrà una presenza più ridotta rispetto alla dedicazione della basilica celebrata da Benedetto XVI nel 2010, evento che ha destato preoccupazione in vari settori ecclesiastici e culturali.

In questo contesto, Palau ha avvertito contro qualsiasi tentativo di sminuire la lingua catalana, specialmente tenendo in considerazione la figura di Antoni Gaudí. "È ovvio ed evidente che per Antoni Gaudí, che è stato perseguitato per parlare catalano, non cadremo in questo gioco di sminuire né tantomeno la realtà della nostra terra e della nostra lingua", ha sottolineato.

Il vescovo di Lleida ha riconosciuto che la distribuzione delle lingue in una celebrazione papale è sempre una questione delicata. "Le proporzioni sono sempre un gioco molto complesso e molto delicato", ha ammesso. Tuttavia, ha insistito che l'attenzione alla realtà linguistica catalana risponde non solo a criteri di rappresentatività, ma anche di coerenza pastorale e di radicamento al territorio.

"Parlare catalano in Catalogna è la cosa più ovvia e più normale, ma mai per escludere nessuno", ha sottolineato. In questo senso, ha rivendicato la tradizione di accoglienza del paese: "A casa nostra abbiamo avuto e abbiamo una tradizione ospitale e accogliente e questo lo abbiamo fatto, lo facciamo e continueremo a farlo". Per questo motivo, ha difeso che bisogna "parlare catalano con un sorriso e con una buona predisposizione per non escludere mai nessuno".

"Parlare catalano in Catalogna è la cosa più ovvia e più normale, ma mai per escludere nessuno"

Al di là del dibattito linguistico, Palau ha posto la riflessione in una prospettiva spirituale. "Il linguaggio universale che aspiriamo a parlare è il linguaggio dell'amore, che è il linguaggio della croce", ha affermato. Secondo il vescovo, questo è il punto di incontro che deve prevalere al di sopra di qualsiasi divisione: "Là è dove tutti ci incontreremo, non per vivere divisi, ma tutto al contrario".

Infine, il prelato ha espresso la sua fiducia che l'organizzazione della visita papale abbia tenuto in considerazione la realtà catalana. "Io spero di sì, che tutto ciò sia ben calcolato e ben previsto", ha detto, ribadendo che "lo Stato Vaticano è sensibile" a questa questione. Per Palau, la presenza del catalano negli atti del 10 giugno risponde "non solo a una questione di misura, ma a una questione di incarnazione e anche di senso logico di attenersi alla realtà propria di questo paese".

Le sue parole si aggiungono così al dibattito aperto a causa della configurazione linguistica della messa che presiederà Leone XIV alla Sagrada Familia, una celebrazione storica che culminerà con la benedizione della Torre di Gesù e che sarà seguita in tutto il mondo.

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