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Per saber-ne més

(Eduard Rey, ofm cap.- Preside URC)  La sera del 26 mi venivano in mente i versi del Virolai (l’inno, noto anche come Rosa d’aprile, dedicato alla Madonna di Montserrat, la cui festa ricorre il 27, ndt). Alcuni frati del convento di Pompei a Barcellona ci siamo connessi via internet e abbiamo montato il proiettore per seguire la Veglia di Santa Maria dal monastero di Montserrat. Andare a Montserrat significa connettersi in profondità con la nostra storia come cristiani e come catalani. Presto saranno mille anni da quando l’abate Oliba vi mandò i primi monaci. Come tante cose in questi giorni, il Montserrat di questa notte era insolito. La navata era vuota, i monaci seduti su scanni del coro alternati, suppongo per rispettare le distanze di sicurezza raccomandate per la pandemia. Non c’è stata eucarestia, solo l’ufficio delle letture e la visita spirituale alla Madre di Dio del vescovo Torras i Bages. Le nuove tecnologie, però, ci hanno permesso di partecipare come se fossimo presenti, come direbbe S. Ignazio, adattandoci alle circostanze di questi tempi incerti.

“Con il vostro nome inizia la nostra storia”. Prendo l'immagine della comunità di Montserrat, vivendo il momento presente e rappresentando allo stesso tempo le radici più profonde del paese, come segno di tutta la vita religiosa in Catalogna. Senza voler competere con la Vergine Maria, questa frase del Virolai potrebbe essere applicata anche alla Chiesa e, in essa, alla vita consacrata. Prima, molto prima che questa terra fosse chiamata Catalogna, c’erano i consacrati. Pregando, amando e servendo in mille modi, abbiamo attraversato i secoli. Il nostro paese è figlio dei monasteri benedettini, fratello degli ordini mendicanti, anfitrione e padre di molti fondatori e fondatrici.

Abbiamo pregato, coltivato la terra, guarito o vegliato i malati, abbiamo insegnato, riscattato prigionieri, assistito i poveri, predicato, siamo stati memoria viva dell’esistenza di un Dio che è comunione. Abbiamo avuto pure i nostri peccati, personali e istituzionali. Abbiamo condiviso la sorte del nostro popolo in guerre, rivoluzioni, epidemie e disastri naturali. E continuiamo a esserci, affrontando la pandemia dalle nostre case, piangendo vittime tra i nostri, forzatamente lontani ma al tempo stesso in un’epoca in cui abbiamo la fortuna di poter mitigare questo distanziamento con molteplici mezzi.

Mi fa piacere porre questo ampio orizzonte al momento di celebrare oggi i 40 anni dell’Unione dei religiosi catalani. Nata nel 1980, ha fatto il suo itinerario in un momento di ripensamento, in parte cercato e in pare forzato dalle circostanze, un tempo in cui è cresciuto il desiderio di comunicare e creare vincoli più stretti, un periodo in cui si è fatta sentire in maniera particolarmente intensa la necessità di formazione per discernere i segni di Dio in mezzo a cambi vorticosi. In questi 40 anni la vita religiosa s’è andata scoprendo, spesso con riluttanza, sempre più lontana dal centro di una società e di una cultura per la quale la parola Dio ha perso buona parte del suo significato e Gesù ha smesso di essere un riferimento. E arriviamo al 2020 con un Papa gesuita che ci richiama proprio a trovare il nostro posto non al centro e nemmeno alle frontiere (parola che evoca sempre nuove conquiste) ma nelle periferie, lì dove Dio si nasconde precisamente nel bisogno che c’è di Lui e del suo Regno.

Tra le riflessioni che ci ha fatto arrivare il fratello Lluís Serra in questi tempi insoliti che stiamo vivendo, m’è rimasta particolarmente impressa quella di P. Saverio Cannistrà, preposito generale dei carmelitani scalzi. Il quale osserva che se in altre epoche la vita religiosa era la grande protagonista in tempi di epidemie, adesso gli eroi sono altri. Vi scorge il segno di un processo che ha dietro la mano di Dio, un processo in cui la Chiesa si rimpicciolisce, s’impoverisce, lascia, spesso con dolore, spazi che non può più riempire. Se oggi ci viene donato un tempo di kenosi, un tempo di nascondimento e di perdita, perché rifiutarlo? si chiede padre Cannistrà. È da tempo che intuisco, e ho sperimentato, che può esserci quella che definisco “una crescita nella diminuzione”. Il contesto è di diminuzione, a molti livelli. Però allo stesso tempo ci troviamo più con persone che chiedono accompagnamento perché hanno scoperto la fede o vogliono tornarvi, ci troviamo con dialoghi che chiedono attenzione, franchezza e saper dare ragione della speranza, ci troviamo spinti a cercare con forza la dimensione di Dio, perché la nostra vita non si può fondare su quello che facciamo e meno ancora sugli applausi che riceviamo.

Celebriamo dunque i 40 anni dell’Urc con il desiderio che continui ad essere, al servizio di tutti, uno strumento di comunicazione e formazione, uno spazio in cui trovarci e, con il rispetto e la gratitudine per ogni carisma, guardare insieme guardare insieme verso l'alto, di lato e in avanti, uno spazio in cui le radici profonde e antiche che ci nutrono come collettivo possano portare ancora nuovi germogli al servizio di Dio, della Chiesa e del nostro popolo.