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(Ignasi Escudero -CR) Per le strade di Barcellona vivono praticamente 2.000 persone secondo l’ultimo censimento della Fondazione “Arrels”. Un gruppo cresciuto negli ultimi anni e che si è visto interrompere il proprio modo di vivere alla giornata. La chiusura dei negozi come l’assenza di persone nelle strade ha modificato la vita di una città che nasconde i senza tetto. Per alcune settimane nelle strade si sono visti solo loro.

Il coronavirus ha costretto tutte le mense sociali a chiudere le porte ma non ha impedito che continuassero a servire. In queste settimane lo hanno fatto attraverso la donazione di cestini di cibo. La Comunità di S. Egidio ha raddoppiato il numero di pasti donati e l’Ospedale di Campagna, nella chiesa di S. Anna, assiste oltre 200 persone al giorno.

L’emergenza sanitaria ha costretto le associazioni ad adottare adeguate precauzioni. Alle porte di S. Anna i volontari rilevano la temperatura alle persone che si avvicinano a ricevere alimenti. “Fermare le situazioni di malattia, specialmente il Covid, è una delle nostre priorità insieme alla protezione” sottolinea il parroco Peio Sánchez. Oltre a cibo e vestiario, il gruppo di volontari dell’Ospedale di Campagna distribuisce anche mascherine e il necessario per l’igiene personale.

Dalla finestra di S. Anna constatano che “si vede la fame nelle strade di Barcellona”. Una situazione, denunciano, che non si era più vista negli ultimi anni. Per Meritxell Téllez, della Comunità di Sant’Egidio, “è diventato più difficile sopravvivere in città”. La rete di relazioni delle persone che vivono per strada è molto estesa, “non sono isolati, sono parte della nostra città” e la chiusura rende difficile l’accesso alle informazioni, alla corrente elettrica per ricaricare i telefonini e soprattutto porta a una grande sensazione di solitudine.

La previsione è che l’emergenza sociale sarà molto grave. Sànchez vede in prima persona la gente più vulnerabile: “Le persone che finiranno presto per strada, se non si trova una soluzione, sono quelle che vivono di lavoro sommerso o saltuario, che vivono in affitto. Molti di loro senza documenti”. Dopo le prime settimane di confinamento a S. Anna stanno assistendo anche gente che non vive per strada. In concreto una settantina di famiglie in situazioni di vulnerabilità che si sono ritrovate in coda per ricevere cibo. Questo allarme li ha spinti ad aprire un nuovo progetto in cui famiglie volontarie accompagnano quelle vulnerabili fino ad aprire loro le porte della propria casa.

Per fronteggiare la crisi sanitaria, il Comune di Barcellona ha allestito strutture per i senza tetto. Ma molti non ne hanno voluto usufruire. Peio Sánchez lo attribuisce a diversi motivi, come la paura di stare nello stesso posto con molta gente, le difficoltà che comporta una dipendenza o il doversi separare dalla propria compagna. “Alcune persone con malattie mentali non vogliono o non sono pronte per questo tipo di vita in comunità” aggiunge. E tutto questo, nonostante gli investimenti pubblici, ha fatto sì che ci sia ancora un gran numero di persone che continua a dormire per strada.