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(Bernabé Dalmau, monaco di Montserrat) Un vescovo mi chiede di render note le riflessioni che, in maniera informale, ho scambiato con lui. La mia reazione spontanea è stata quella di Elisabetta davanti alla Madre di Dio: “Chi sono io perché…”. Però mi sembra anche grave “disobbedire” alla richiesta di una persona che parla sinceramente e ha, come pochi, una visione molto completa della Chiesa di casa nostra.

Tutto nasce dalle notizie di queste settimane che vedono da parte di istituzioni e personalità la promozione di una legge di amnistia o chiedono l’indulto per i noti prigionieri politici catalani. Gli ho detto che oggi è più diffusa la conoscenza della differenza tra indulto e amnistia mentre non lo era tanto quando su questi concetti scrissi un articolo per “Serra d’Or” nel lontano 1974. Facevo eco ad alcune parole di Paolo VI alla vigilia dell’imminente Anno Santo: “Un desiderio – scriveva il Papa –: che le legittime autorità dei Paesi studino se è possibile concedere, d’accordo con la prudenza di ciascuno, un indulto, come testimonianza di clemenza e di equità, specialmente per i detenuti che hanno dato prove sufficienti di riabilitazione morale e civile e sono vittime di disordini politici e sociali così gravi che non si possono considerare pienamente responsabili di queste situazioni”. Tutti hanno visto da dove provenivano i nostri disordini politici e sociali del 1 ottobre 2017. Da allora subiamo ancora di più le fragilità della democrazia e dell’attuale stato di diritto.

Ho detto al vescovo – c’è abbastanza confidenza per farlo – che molto spesso la gente si lamenta che la Chiesa arriva sempre in ritardo, e a volte in modo sbagliato. Che questa sensibilità che sta nascendo per chiedere un indulto, o meglio l’amnistia, mi cominciava a suonare come “segno dei tempi”; non voglio che nessuno possa più scrivere “dove sono i vescovi?”.

Sappiamo che molti di coloro che tre anni fa – se si vuole, discutibilmente, perché ogni impegno politico ammette diversità di opinioni – organizzarono una consultazione popolare, sono cattolici praticanti o si sono mossi in attività della Chiesa. Perciò hanno sentito predicare il Giubileo della misericordia, virtù che, una volta finito l’Anno giubilare, rimane come uno degli elementi essenziali del Vangelo.

È per tutto questo che comprendo che se un vescovo condivide con me il desiderio che la Chiesa di casa nostra non diventi irrilevante, non solo mi abbia ascoltato ma mi abbia anche invitato a rendere pubblica questa opinione.