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(Jordi Llisterri / Laura Mor –CR/Lleida) Una prassi non scritta dice che i vescovi di Menorca finiscono per essere trasferiti a Lleida. Dopo esserne stato vescovo per 30 anni è successo a Ramon Malla; nel 1999 a Francesc-Xavier Ciuraneta; nel 2008 al valenciano Joan Piris e anche all'attuale vescovo. Salvador Giménez Valls (Muro d’Alcoi, 1948) sacerdote di Valencia, nel 2005 fu nominato vescovo ausiliare della sua diocesi e tre anni dopo fu nominato vescovo di Menorca. Infine, nel 2015 fu destinato a Lleida. Lì si è trovato a fare i conti con quello che è sempre stato definito “lìo” (“pasticcio”): il conflitto sulle opere d’arte della Franja (la “striscia” di confine tra Aragona e Catalogna, ndt) che sta segnando pubblicamente il mandato di tutti i vescovi di Lleida. I vescovi passano ma il conflitto rimane. Questa conversazione fa parte del ciclo di interviste ai vescovi catalani.

Per rispondere alle conseguenze sociali della pandemia la diocesi di Lleida ha creato il fondo covid con contributi della diocesi, dei sacerdoti, di religiosi e fedeli. Alcune settimane fa sono stati distribuiti oltre 80.000 € a varie associazioni. Qual è la sua valutazione?

Molto positiva. Penso che i cattolici siano sempre preoccupati più di quello che fanno che, o almeno in egual misura, di chi adorano o seguono. nelle riunioni c'è sempre un cattolico che ci dice ‘e noi cristiani che facciamo?’. Lo abbiamo fatto anche nel momento più duro della pandemia. Abbiamo seguito le indicazioni del Papa, abbiamo proposto ai sacerdoti di donare un mese del loro stipendio e abbiamo creato un fondo aperto ai sacerdoti e a tutti i laici.

 

E resterà aperto?

Sì, vedremo di dargli un nuovo impulso. È andato molto bene perché ha aiutato quello che già facevano le associazioni cristiane. L'anno scorso abbiamo aiutato alcune di queste, come Mani Unite, che operano nel Terzo Mondo, ma quest'anno abbiamo deciso che sarà per le associazioni che stanno accanto alla gente di qui che soffre o che aiuta i lavoratori stagionali (un fenomeno molto esteso nella zona di Lleida, ndt).

 

COME VESCOVO MI PIACE CHE POSSIAMO DARE UN'IMMAGINE DI UNIONE E CRITERI COMUNI

 

Sull'assistenza agli stagionali come diocesi c'è stata un'interlocuzione con le istituzioni?

Non molta. A me personalmente risulta una situazione un po’ strana. Dico strana perché è una cosa che dipende dall'amministrazione pubblica. Noi possiamo collaborare e aiutare ma non abbiamo tante risorse per poter risolvere un problema così grave. Per la raccolta della frutta arrivano molti, molti stagionali.  Possiamo aiutarli con alcune associazioni o mettere a disposizione in una parrocchia docce e un posto per dormire. Ma avviare un percorso per risolvere la situazione per noi è impossibile. Non abbiamo né le risorse né le persone.

 

Oltre alla Caritas qui ci sono 16 associazioni che formano la Rete Sociocaritativa della diocesi di Lleida. oltre a razionalizzare gli aiuti, dà un'immagine coesa della diocesi.

Penso che succeda in tutte le diocesi, però a Lleida è stata creata una rete in cui sono integrate la Caritas e le istituzioni legate a congregazioni religiose. Possiamo dire Caritas è più popolare perché è presente in molte parrocchie però la Rete coordina i criteri di tutte le persone di Chiesa e va potenziata. Come vescovo mi piace che possiamo dare un'immagine di unione e criteri comuni. È una caratteristica molto bella di Lleida.

 

QUELLO CHE DESIDERO È CHE OGNI SETTIMANA TUTTE LE COMUNITÀ ABBIANO UNA MESSA.

 

Con 235.000 abitanti, 126 parrocchie e una cinquantina di sacerdoti in attività, mantenere l'attuale struttura diocesana è sostenibile o inizia ad essere complicato?

Fino ad ora e sostenibile. Ci aiutano anche due gruppi di sacerdoti di altri Paesi: quattro dalla Romania e quattro dalla Colombia. grazie a loro possiamo assistere tutti. Da qui a 7 o 8 anni sarà molto complicato poter tenere in funzione tutte le parrocchie. Ce ne sono una trentina di paesi molto piccoli dove sarà difficile… non penso che ci riusciremo. Negli ultimi anni abbiamo seppellito 24 sacerdoti e ne ho ordinato uno solo. Significa che la fascia di sacerdoti tra 30 e 60 anni può ridursi a 15 o 16 persone. Quello che desidero è che ogni settimana tutte le comunità abbiano una messa. Però non posso costringere un sacerdote di 5 paesi a celebrare tra sabato e domenica 5 Eucarestie. Dobbiamo cercare come criterio di celebrare la messa domenicale il venerdì o il lunedì per vedere se possiamo diversificare i tempi e non le persone. Io voglio farne una pedagogia. Preferisco che abbiano assicurata la messa il venerdì sera piuttosto che non ce l'abbiano per settimane o mesi. Mi preoccupa molto la cultura religiosa del nostro popolo. Che persone da sempre legate alla chiesa possano dire che gli piace più la messa “fatta” dalla suora che la messa celebrata dal parroco. Significa che la gente non distingue la celebrazione dell'Eucarestia da una celebrazione della Parola o da un tempo di preghiera. Questa confusione esiste e bisognerebbe spiegarlo più e meglio. Tu celebri un matrimonio senza messa ma lo fai po’ più lungo perché lo spieghi, con letture e canti… e la gente è convinta che hai celebrato una messa. Questo significa che la cultura del nostro popolo è molto scarsa e non è solo responsabilità del popolo ma dei pastori.

 

C'è una questione sacramentale ma anche di presenza pastorale, di creare comunità, di assistere persone, di accompagnarle. Come immagina questo panorama fra 10 anni?

Non lo so. Penso che lo scopriremo, che lo inventeremo o che Nostro Signore ci darà nuovi cammini. Il tema dei sacramenti è molto complicato perché è riservato a uomini in un ministero ordinato. Invece, in tutte le parrocchie c'è qualcuno che si dedica a fare carità o a organizzare un servizio sociale. Guardando al futuro, se non si celebra il mistero di Cristo, che è ciò che ci tiene insieme, tutto si polverizzerà molto rapidamente come sabbia.

 

NON OBBLIGHIAMO NESSUNO A CREDERE IN NOSTRO SIGNORE MENTRE LI AIUTIAMO MA SIAMO TUTTI OBBLIGATI AD ANNUNCIARE LA NOSTRA FEDE

 

Vuol dire che c'è il rischio di trasformarsi in una ONG qualunque?

Potrebbe succedere. Agli impiegati di Caritas dico sempre la stessa cosa: non domandate mai a nessuno la carta d'identità per aiutare. Ma mi piacerebbe che gli impiegati e i volontari non avessero problemi a dire perché fanno questo servizio e su cosa fondano le loro convinzioni o la loro fede. Come spiega Papa Francesco ci sono due concetti, proselitismo ed evangelizzazione, che si affrontano. Non fare proselitismo vuol dire che non obblighiamo nessuno a credere in Nostro Signore mentre li aiutiamo ma siamo tutti obbligati ad annunciare e ad essere coerenti con la nostra fede di fronte agli altri. Non chiedo che gli impiegati o i volontari di Caritas vengano tutte le domeniche a messa, cosa che mi piacerebbe. Chiedo che quando stanno lavorando con persone bisognose tutti sappiano che siamo cattolici e che li motiva la fede in Cristo.

 

In questo contesto si deve rivedere anche la formazione dei laici e che abbiano più strumenti per guidare una comunità?

La sorpresa che ho avuto quando sono arrivato a Lleida è che è una diocesi che da molti anni si è preoccupata della formazione del laicato. C'è un livello culturale di laici ben preparati. L’IREL, l'Istituto di ricerca e studi religiosi, ha creato un gruppo di laici e sacerdoti molto interessati a fornire un buon servizio culturale e religioso alle persone. Ci sono persone di Urgell, di Solsona, dell'Aragona che sono venute a formarsi qui e grazie al loro legame con l'università abbiamo un ponte con la cultura: penso che non lo dobbiamo perdere.

 

Lei era ausiliare a Valencia, poi è andato a Menorca e infine è venuto qui, come è successo ai vescovi Piris e Ciuraneta.  Questo schema di movimenti episcopali ogni sei o sette anni, lei che l'ha vissuto personalmente, ritiene che funzioni?

La tradizione della Chiesa nel Medioevo era che uno veniva nominato vescovo e moriva da vescovo nella stessa diocesi. La stabilità era totale e per sempre. Ora si applicano di più i criteri pastorali per coprire i diversi incarichi parrocchiali e diocesani, sia ai sacerdoti che ai vescovi. Da alcuni anni cambiamo più spesso di quanto vorremmo da diocesi a diocesi. Però penso che funzioni. Funziona se vai in un posto con l'idea che sia per sempre. Questo ti dà molta tranquillità di cuore. Se stai pensando di cambiare verso un posto migliore per quel famoso carrierismo di cui parla il Papa, questo ti paralizza. È quello che ti porta ad essere una persona che non è mai tranquilla lì dov'è. Mi piace questo sistema.

 

MI PREOCCUPA L’IMMAGINE CHE SI DÀ ALL’ESTERNO DI DUE DIOCESI SIANO IN CONTRASTO PER ALCUNI BENI MATERIALI

 

Veniamo al “lìo”. Il vescovo Piris spiegò che quando fu nominato, il Nunzio gli disse che il contenzioso sulle opere d'arte della Franja era risolto. Lei quando è venuto, era a conoscenza dell'enormità dell'argomento?

No. Almeno non nel mio caso. Quando vai in una diocesi nessuno vuole segnarti il cammino. Il vescovo precedente ti spiega quello che ha fatto e le situazioni più spinose da tenere in conto. Vai nella nuova diocesi e vai informandoti con il passare del tempo. Le comunità cristiane in questo senso sono così ricche che anche se cambia il pastore non si fermano, continuano a lavorare al loro ritmo e il vescovo è quello che deve cambiare il suo “chip” per entrare nella dinamica diocesana.

 

Come ha vissuto il conflitto per le opere d'arte?

Molto male e con molta rassegnazione. Perché credo che ci sia un problema molto serio, non di beni, che è la cosa che mi preoccupa meno, ma di relazioni. Mi preoccupa l’immagine che si dà all’esterno di due vescovi o due diocesi siano in contrasto per alcuni beni materiali. Non mi piaceva quando non ero il vescovo locale e ancor meno da quando lo vivo. Credo che sia una barbarità. Che la nostra Chiesa che si chiama cattolica, debba discutere… cattolica vuol dire universale, che non abbiamo frontiere, non abbiamo barriere. Tu vai a messa in un'altra diocesi e nessuno ti dice ‘ lei qui non può venire’… ci sono molti vescovi che mi dicono che non può essere che ci si sia trascinati a questo estremo. Un argomento che è andato evidentemente di male in peggio fino a sfociare in un giudizio civile, dove io sono andato da imputato e dove sono stato accusato dalla diocesi di Barbastro. Questo è quello che mi preoccupa. Quello che mi offende profondamente è che in alcuni ambiti ecclesiali si faccia passare il benemerito vescovo Messeguer come un ladro. Messeguer resse la diocesi dal 1895 al 1904 e non rubò nulla a nessuno. Creò un museo per evitare che qualcuno si impadronisse di pezzi come successivamente capitò con Erik il belga (noto ladro d’arte del Novecento, ndt) a Roda d’Isàvena. Erano opere che alla fine del XIX secolo i sacerdoti pensavano che non potessero servire a nulla o che erano preziose ma non sapevano come custodirle. Messeguer realizzò un museo per conservarli e per educare sacerdoti e seminaristi ad amare l'arte e la tradizione. L'ho detto pubblicamente e non ho problemi a ripeterlo. Messeguer non fece nulla contro nessuno. Arrivarono a proporlo come arcivescovo di Granada.

 

PENSO CHE QUELLO CHE HA TENTATO DI FARE LA NUNZIATURA SIA STATO LASCIAR DECADERE LA QUESTIONE

 

Dopo la divisione della diocesi nel 1995 (una parte del territorio passò alla diocesi di Barbastro, ndt), gli organi ecclesiastici hanno ordinato che le opere provenienti dalla Franja andassero alla diocesi di Barbastro. Quando lei arrivò qui le autorità ecclesiastiche le chiesero di dare seguito alla disposizione?

No. No. quando il caso era a Roma, la diocesi presentò documenti e ci fu un momento in cui dissero che non volevano approfondire oltre. Pertanto, la decisione iniziale di Roma di dividere il patrimonio rimane. Tuttavia, a causa della particolare configurazione del Museo Civico in cui hanno sede la Generalitat, la Paeria (il Comune di Lleida, ndt) e altre istituzioni il vescovo non dispone dei beni lì depositati. Sono della diocesi ma il vescovo non può portarli fuori dal museo per restituirli.

Il vescovo precedente ed io ritenevamo che dovessero essere la nunziatura o Roma a dare seguito alle risoluzioni della Santa Sede. Il problema è andato avanti per vari anni ma il vescovo non può farci nulla. Penso che quello che ha tentato di fare la nunziatura sia stato lasciar decadere la questione. Qualcuno pensava che fosse una specie di “dilata” e che col tempo tutto sarebbe rimasto com'era. Perché se cominciamo tutti a chiedere pezzi che non sono nostri o che vengono da un altro posto… sarebbe un caos museale. Da quando sono vescovo, il mio fratello di Barbastro diverse volte mi ha detto che dovevo restituire le opere e gli ho sempre risposto la stessa cosa: che io non ho la chiave. A quel punto ha fatto ricorso alla giustizia civile e ci ha denunciato. Per questo siamo finiti in tribunale e la sentenza ci ha obbligato a restituire i pezzi. È stato presentato ricorso in appello.

 

Al di là del tema dell'arte, a 25 anni dalla divisione della diocesi, la ferita è guarita?

C'è una ferita. Penso che il presbiterio di Lleida l’abbia sempre considerata una decisione sbagliata. Ci sono altri esempi sul territorio spagnolo simili al caso di Lleida. Non so perché la Chiesa deve sempre adeguarsi ai capricci della società civile. Le province furono create negli anni 30 del XIX secolo mentre le nostre diocesi sono millenarie. La comunità ecclesiale ha una storia molto più antica e ricca delle demarcazioni provinciali o delle stesse comunità autonome. Non so quali interessi ci siano a mantenere tante divisioni tra Aragona e Catalogna.