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(Bernabé Dalmau, monaco di Montserrat)  Papa Benedetto XVI nelle settimane che intercorsero tra l’annuncio e l’effettiva rinuncia al pontificato, fu protagonista di due grandi atti: la messa con grande partecipazione di fedeli del Mercoledì delle Ceneri a S. Pietro (e non a S. Sabina come da tradizione) e il consueto incontro con il clero romano il giorno dopo. Per questo appuntamento scelse di raccontare i suoi ricordi della partecipazione al Concilio Vaticano II come assistente teologico del cardinale Frings. Senza un discorso scritto, con una semplice traccia e con quella chiarezza pedagogica che lo caratterizzava, spiegò che quello che si viveva all’interno dell’aula conciliare era ben diverso da quello che riferivano i mezzi di comunicazione. Arrivò a distinguere tra il Concilio reale e il Concilio mediatico.

Ora che è terminato il Sinodo amazzonico potremmo dire una cosa simile. Con una consapevolezza: nella storia dei Sinodi dei vescovi è quello che ha avuto meno eco mediatico per quanto riguarda la cronaca quotidiana. Probabilmente perché l’Amazzonia rimane lontana e i padri sinodali e gli invitati erano persone di quella zona o membri della Curia romana ed esperti europei di area germanica.

Parlando in modo superficiale, il Sinodo avrebbe voluto raggiungere tre obiettivi chiave, tabu nella Chiesa attuale: l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, il diaconato femminile e il rito amazzonico. È chiaro che, semplicemente per dignità, un Sinodo non arriva a sintetizzare le questioni con tanta superficialità. Le riforme e i cambiamenti nella Chiesa sono qualcosa di più serio, sostenuti da uno studio e da un discernimento profondi. Tuttavia, il modo di trattare il Sinodo, dal punto di vista mediatico, è stato “a fior di pelle”, con l’intenzione “malevola” di aprire brecce nei muri della sacrosanta tradizione e di far arrivare in Europa, sulle canoe dell’Amazzonia, le tanto anelate riforme che si muovono strisciando da 60 anni.

Un fondo di verità c’è, in questo modo di vedere le cose, a giudicare semplicemente dal numero di voti negativi che i tre temi hanno ottenuto nel Documento finale, che per il resto ha visto una sostanziale unanimità nei suoi 120 paragrafi.

Guardando il risultato concreto di questi tre temi, il “diaconato per la donna” (n. 103) ha ottenuto 137 voti a favore e 30 contrari. Il paragrafo precedente, che si riferisce al motu proprio di Paolo VI “Ministeria quaedam” (quello dei ministeri laicali, questo sì, finora conferibili solo agli uomini) chiede l’istituzione del ministero di “donna dirigente di comunità” e ha avuto solo 11 voti contrari. Una cosa sono i ministeri ma il diaconato è tutt’altro!

Secondo la mia modesta opinione, credo che nel Sinodo amazzonico il tema non è stato ben messo a fuoco e questo emerge nelle riflessioni a braccio del Papa nell’ultima sessione di lavoro. Sembra che si dimentichi che gli storici hanno rilevato che il ruolo delle cosiddette “diaconesse” nell’antichità cristiana era limitato all’azione caritativa e all’assistenza al battesimo conferito per immersione alle donne. Più recentemente, la Commissione teologica internazionale ha preparato un documento sulla stessa linea. Perciò sono rimasto sorpreso che Papa Francesco abbia istituito una commissione di studi formata da grandi esperti (tra i quali una religiosa catalana) ma tutti dell’ambito del Nuovo Testamento o dell’Antichità cristiana; come dire che le sue preziose conclusioni ci dicono quello che sappiamo da anni e che non servono molto a soddisfare le rivendicazioni femministe. Ora annuncia che la commissione sarà ampliata.

Il tema dei viri probati, l’ordinazione presbiteriale di uomini sposati, è stato trattato con grande attenzione e cautela ma spiegato con chiarezza (128 voti a favore e 41 contrari). Al di fuori dell’aula si sono levate grandi lodi del celibato del clero latino, mettendo in guardia dal rischio di istituire un presbiterato di seconda classe, vecchio, incolto e finalizzato unicamente al “munus” del culto. A prescindere da sostenitori e avversari della proposta, mi sembra che tutto sarebbe stato più semplice se si fosse tenuto presente che nella Chiesa cattolica già esistono preti sposati, con vantaggi e svantaggi, nelle Chiese orientali e nel caso dei sacerdoti provenienti dalla Chiesa anglicana. Non so se in aula qualcuno lo ha citato, ma almeno nel testo del Documento finale non vi si fa alcun riferimento. La frase finale “alcuni si sono pronunciati per un approccio universale del tema” sono certo che ha provocato qualcuno dei 41 voti contrari e dimostra che la citata teoria delle “brecce” non è tanto irreale come io maliziosamente sospettavo.