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(Josep Miquel Bausset -Monaco di Montserrat)  Il 28 novembre è stato commemorato il 25º anniversario della morte del cardinale Vicente Enrique y Tarancon, nell’anno in cui si compivano i 90 anni della sua ordinazione e i 50 dalla sua creazione a cardinale. Tarancon, nato nel 1907 a Burriana, nella Comunità Valenciana, fu nominato vescovo di Solsona nel 1945 e rimase in Catalogna per quasi 20 anni fino al 1964, quando fu trasferito a Oviedo. Divenne poi arcivescovo di Toledo e quindi primate di Spagna. Nel 1969 Paolo VI lo creò cardinale e dal 1971 divenne arcivescovo di Madrid. Per questo è opportuno ricordare l’uomo che ha lavorato per mettere fine all’unione tra Chiesa e Stato, archiviando il nazionalcattolicesimo, e il vescovo che ha applicato il rinnovamento del Vaticano II in una Chiesa con “tic” franchisti.

In occasione della riesumazione di Franco dalla Valle dei Caduti si è tornati a parlare del ruolo decisivo di Tarancon nella separazione della Chiesa dallo Stato. Ma è interessante anche conoscere la posizione del cardinale in relazione alla sollevazione fascista, da lui vissuta in Galizia mentre era uno degli animatori dell’Azione Cattolica. Nel suo libro Recuerdos de juventud (Ricordi di gioventù) Tarancon rievoca i momenti del sollevamento militare nel luglio 1936 e sebbene riconosca, in un primo momento, che "la rivolta militare ci sembrò a tutti provvidenziale", poiché "non era solo una guerra giusta, ma una guerra santa", presto si rese conto che non erano "chiare le intenzioni dei militari che guidavano la guerra” e che “tra le destre che avevano sostenuto la sollevazione, c’erano interessi poco chiari dal punto di vista cristiano”. Come dice Tarancon nel suo libro, “i politici di destra, guardando ai loro interessi economici, predicavano la guerra per farla finita con coloro che pretendevano di impossessarsi delle loro ricchezze”.

Nei primi mesi dell’“alzamiento”, Tarancon comprese che “i capi della sollevazione e lo stesso Franco non agivano per motivi religiosi.”. Inoltre, come dice il cardinale della “Transizione”, “non aveva senso religioso nemmeno la posizione dei falangisti, che diffidavano della Chiesa” perché questa “non ammetteva i regimi fascisti”. Malgrado gli insorti parlassero con entusiasmo della “Spagna cattolica”, Tarancon vedeva che questa non era altro che “una mera tattica, non una convinzione reale dell’importanza del cristianesimo o dell’interesse nella difesa dei valori religiosi e morali”.

Con un atteggiamento assolutamente prepotente, i ribelli “pretesero dai vescovi la pubblicazione di una pastorale collettiva che giustificasse il movimento dal punto di vista cristiano” in modo da “ottenere che il Vaticano e la gerarchia ecclesiastica mondiale riconoscessero come giusta l’insurrezione”. E come non poteva essere altrimenti, i vescovi appoggiarono quanto pretendevano gli insorti “non solo per costrizione, lo dobbiamo ammettere – dice Tarancon – ma anche per convinzione”. Molti vescovi e sacerdoti “erano perplessi, quasi in un vicolo cieco” perché si sentivano “obbligati in coscienza a sostenere con decisione una delle due parti in lotta”. Il fatto è che la sollevazione fascista era vista dalla Chiesa ufficiale come “una guerra in difesa della religione e della libertà della Chiesa”. Tuttavia presto, come ammise Tarancon, “avremmo iniziato a dubitare della retta intenzione cristiana” di molti degli insorti “che esercitavano una indubbia influenza sullo sviluppo della guerra, e dei vantaggi religiosi della vittoria dei ‘nazionali’”. Di fatto, come disse Tarancon, “alcuni cristiani cominciavamo a preoccuparci. Temevamo che la Chiesa non sarebbe uscita rafforzata dalla contesa”. Addirittura arrivarono a “temere che la libertà della Chiesa fosse molto limitata”, e in effetti durante i 40 anni di dittatura “furono imposti i criteri dei dirigenti di maggior influenza nella zona nazionale”.

In questo libro, Tarancon propone il riassunto di una lunga conversazione che ebbe, insieme con un gruppo di sacerdoti, preoccupati dalla situazione che vedevano, con il vescovo di Tuy, mons. Antonio García y García. I preti si rendevano conto che si stavano “commettendo, in diversi posti della zona nazionale, atrocità, vendette personali e si toglieva la vita a molti senza un giudizio previo”. Come afferma Tarancon, “i militari non fermavano gli abusi e se ne stavano tranquilli dicendo che erano cose della guerra”.

Come già accennato, Tarancon non si fidava dei falangisti, perché “molto esaltati, la maggioranza non offriva alcuna garanzia”. La posizione dei seguaci di Primo de Rivera “era completamente pagana” perché influenzata dai regimi fascisti. E non vedeva di buon occhio che obbligassero la Chiesa “a prendere parte attiva all’esaltazione patriottica del popolo, in altre parole, che predicassimo la guerra santa. Eravamo a disagio per tale imposizione” anche se lo fecero. Inoltre, Tarancon si rendeva conto che i franchisti volevano “servirsi della Chiesa piuttosto che servire il cristianesimo. E questo lo consideravamo pericolosissimo”. Gli insorti, come sospettava Tarancon (e come di fatto avvenne) “avrebbero aiutato la Chiesa finché si sarebbero potuti servire di essa”. In effetti, il Vaticano, di fronte all’adesione dei vescovi al regime di Franco, “non approvava la posizione della Chiesa spagnola a favore di uno dei contendenti”. E sebbene tale posizione “soggettivamente ci desse fastidio, ci provocava dei dubbi”. È per questo che Tarancon si rese conto che il regime avrebbe sfruttato la Chiesa approfittandone. E per questo avrebbe guidato, con l’appoggio di Paolo VI, un movimento per svincolare la Chiesa dal regime e arrivare alla separazione tra Chiesa e Stato.