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(Laura Mor –CR)  Il lavoro di prevenzione dei conflitti e di dialogo costruttivo non ha molta visibilità. Non fa rumore e tende ad avere poca evidenza. Ma è essenziale per la coesione sociale e ha effetti tangibili a medio e lungo termine. Questo è il quadro della Direzione Generale degli Affari Religiosi, che da un anno è guidata dalla filologa e linguista Yvonne Griley. Alla vigilia del primo Congresso Internazionale sulla Libertà e la Coscienza Religiose in programma a Barcellona, ​​abbiamo parlato con lei dello stato delle comunità religiose nel nostro Paese e della gestione di questa realtà da parte del Governo. Un altro tema a cui attribuisce la massima priorità è la celebrazione del 500° anniversario della permanenza di Sant'Ignazio in Catalogna e l'impegno delle religioni per la lingua.

È stata nominata un anno fa. Come ha visto le comunità religiose dopo la pandemia?

Al momento, le comunità stanno rifacendo ogni attività al massimo. Anche se le organizzazioni religiose, o sociali con un legame religioso, durante il Covid non hanno smesso di fare opera di assistenza: con persone bisognose, raccogliendo e distribuendo cibo... Malgrado tutto e con la guerra che ora è scoppiata in Europa, non hanno fermato l'azione sociale.

Nel piano di governo troviamo la promozione della lingua a partire dalle religioni. Il catalano come veicolo di coesione anche in questo campo.

Il catalano, in quanto lingua del paese, e in una situazione di diglossia, ha bisogno di protezione in ogni campo: educativo, sportivo o religioso. La prima questione che vogliamo evidenziare è il ruolo chiave delle diverse religioni nel mantenimento della lingua e della cultura catalana. E questo è un fatto ampiamente percepito da sempre. In questo momento in cui il catalano soffre per altri rischi, è necessario tornare a diffondere e valorizzare l'impegno delle religioni nei confronti del catalano. Forse perché lo sapevamo già e c'è stato un po' di allentamento nella pedagogia sociale a favore del linguaggio. In ogni incontro con le confessioni mettiamo sempre sul tavolo come vedono la situazione del catalano. E c'è la volontà di mantenere l'impegno, di esprimerlo e di agire a favore del catalano. Questa è la linea di lavoro e speriamo che nel quadro generale per la promozione del catalano, anche noi e le confessioni religiose possiamo essere presto attivi con qualche azione.

Nel capitolo sulle donne, all'interno delle religioni, ci sono molte cose che si muovono. Fino a che punto potete spingervi, come potere pubblico, per dire quali dovrebbero essere le dinamiche interne o i regolamenti delle stesse confessioni?

Come amministrazione, non possiamo entrare nell'organizzazione delle religioni. È una questione confessionale e non abbiamo competenza. Abbiamo la competenza per lavorare per la conoscenza reciproca e per informare sul quadro giuridico e quali sono i diritti in questo paese. Nel quadro generale dei diritti e del rispetto delle donne, possiamo informare tutte le religioni, specialmente quelle che possono arrivare con gli immigrati.

Abbiamo un ruolo importante da svolgere affinché le donne di diverse religioni non siano in alcun caso discriminate. Se riceviamo una segnalazione, un reclamo o una denuncia alla DGAR, lo indirizziamo a seconda delle competenze. Se si tratta di violenza contro le donne, la passiamo ai Mossos (la polizia catalana, ndt), o all'Uguaglianza; se è materia di educazione, a Istruzione. Oltre a informare su questi diritti, possiamo rendere più visibili tutti quei progressi che le religioni fanno sulla valorizzazione della donna. Ci interessa divulgare i passi che la Chiesa cattolica può compiere quando designa le donne per posti di responsabilità, ai vertici delle sue strutture, in Catalogna o fuori, dal Vaticano o in Europa. Nelle altre confessioni, lo stesso. Diffondere il ruolo delle donne nelle religioni può portare a un maggiore rispetto e risalto. Sappiamo anche che le religioni, nelle loro strutture interne, si evolvono in base a come si evolvono la storia e il Paese.

Pertanto, vi collocate in questa diffusione e pedagogia.

Sì, di chi è chi, e nel corso della storia. Ad esempio, una delle attività che abbiamo come priorità quest'anno è la celebrazione del 500° anniversario del soggiorno di Sant'Ignazio di Loyola in Catalogna. Intorno a Ignazio di Loyola ci furono donne protagoniste, donne del Rinascimento, che gli hanno permesso di portare avanti questo nuovo progetto di esercizi spirituali. Se quelle donne non gli fossero state vicine, sia a Manresa che a Barcellona, ​​sicuramente la sua evoluzione e impronta internazionale non sarebbe stata possibile. E questo è assai poco conosciuto.

Cosa significa essere coordinatori di questa celebrazione?

Questo 500° anniversario dell'arrivo di Sant'Ignazio in Catalogna è stato approvato a dicembre come commemorazione del Governo della Generalitat. Per alcuni anni la preparazione è stata curata dalla città di Manresa che ha lavorato alla trasformazione della città. E quest'anno si fa una commemorazione specifica, proprio come l’Anno Ignaziano della Compagnia di Gesù. Come governo abbiamo pensato che questo fosse importante sia a livello nazionale che internazionale, anche perché il Santo Padre è un gesuita. Dal Dipartimento di Giustizia stiamo coordinando la commemorazione di quest'anno.

Ciò significa che da Affari Religiosi abbiamo creato un gruppo di monitoraggio con il Comune di Manresa, un gruppo anche con i Gesuiti e un gruppo di coordinamento interdipartimentale con Cultura, Turismo e Presidenza per azioni congiunte.

La diffusione del Cammino Ignaziano è una di queste azioni. Un sentiero segnalato come sentiero escursionistico, legato alla figura di Sant'Ignazio e molto suggestivo. Il coordinamento diretto del Cammino è affidato al Turismo. È molto interessante. Lavoriamo con Manresa, con la Cova de Manresa, non solo sul soggiorno ma sull'arrivo in Catalogna, affinché si possano intraprendere azioni congiunte con Montserrat, Igualada e Barcellona. È importante per noi aver potuto aiutare il documentario del Cammino Ignaziano, che presenteremo a Roma il mese prossimo.

In che misura la Generalitat può influenzare l'agenda del Papa per visitare questa Manresa ignaziana?

L’agenda del Santo Padre la conosce solo lui. Bisogna vedere ciò che il tempo e la salute gli consentono; in questo momento il ginocchio gli sta dando molte complicazioni. Il Santo Padre ha tenuto presente questa celebrazione da quando ne è venuto a conoscenza. Non era nemmeno scoppiata la guerra in quel momento. In ogni caso, la presentazione di questo film è un momento chiave, perché è anche il nostro primo contatto diretto con il Santo Padre come Dipartimento di Giustizia, a cui fa capo la Direzione Generale degli Affari Religiosi.

Per farci conoscere e fargli sapere che apprezziamo l’impronta lasciata da Sant'Ignazio qui, in Europa e nel mondo. Nel contributo spirituale, che è molto vivo e trasformante: la Cova de Manresa, come esercita e diffonde questa spiritualità, è un esempio di attualizzazione, di come si vive oggi la spiritualità.

Penso che questo sia un ottimo momento per presentare la Catalogna come centro di spiritualità. Ne abbiamo parlato con il cardinale Omella, ci ha anche permesso di avere contatti con il nunzio, Auza, e se può venire il Santo Padre, benissimo. E se non può venire, andremo noi.

Come sono i rapporti del governo con i vescovi della Chiesa catalana? E nello specifico, con il cardinale Omella, che presiede anche la Conferenza episcopale spagnola?

Le nostre relazioni devono essere buone, dialoganti e aperte con tutte le confessioni. Cerchiamo di avere porte aperte e un dialogo costante con tutte. Nel caso del cardinale Omella, sin dall'inizio, abbiamo avuto un colloquio con la ministra Ciuró, subito dopo l'estate scorsa. È stato un colloquio molto cordiale e abbastanza lungo, abbiamo condiviso i progetti della Direzione Generale e parlato di questa possibile venuta del Santo Padre. La verità è che ci incontriamo costantemente, in eventi diversi, in modo chiaro, dialogante e abbiamo anche l'opportunità di parlare di quegli aspetti che a livello parlamentare o politico possono essere di primo piano o generano preoccupazione, di relazioni tra il mondo politico e il mondo religioso.

Il cardinale sa bene di avere il nostro appoggio in ogni azione che può intraprendere in maniera chiara e decisa in materia di pedofilia, perché lo ha detto fin dall'inizio: agire con mano ferma di fronte a qualsiasi caso di pedofilia. La Chiesa lo sta già facendo e le abbiamo ribadito che in queste azioni avrà il nostro totale sostegno. Sa anche che la Chiesa cattolica è tenuta ad agire con questa fermezza perché così bisogna agire in qualsiasi settore in cui vi siano casi di pedofilia: qualsiasi centro sportivo, educativo, familiare e ovviamente nella Chiesa, qualunque sia la confessione.

E sebbene non sia di nostra diretta competenza, anche nel caso delle registrazioni di proprietà immobiliari (c’è stata nei mesi scorsi una revisione che ha portato a grandi polemiche, ndt) abbiamo avuto colloqui con la Direzione Generale di Diritto, Entità Giuridiche e Mediazione, che si offre di mediare in caso di conflitto. La mediazione deve essere voluta da entrambe le parti. La Generalitat ha già pubblicato un elenco di proprietà e le diverse diocesi hanno potuto aggiornarlo. Ci sono 5 casi di conflitto che ci sono pervenuti e solo 2 che non sono stati mediati. Ben poco. Abbiamo un dialogo aperto anche per questi casi.

E il confronto sui problemi del Paese?

Non abbiamo avuto occasione di entrare in argomenti di politica e non lo chiediamo nemmeno. L'altro giorno il cardinale Omella ha affermato in alcune dichiarazioni che la Chiesa non deve entrare in politica. Ma faccio notare, come Affari religiosi, che ha detto che la Chiesa deve stare accanto al popolo e che sa che possono esserci posizioni diverse nel popolo. Che sarà al fianco della gente con ciò che la gente decide di fare o decide di essere. Apprezzo molto queste affermazioni. È realista e consapevole che ci sono diverse opzioni politiche nella Chiesa, poiché in Spagna c'è una diversità di opinioni. Queste sono affermazioni neutrali, ma devono essere contestualizzate, perché erano una risposta a Vox (il partito di estrema destra, ndt).