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(Glòria Barrete –CR) Dignità. Una delle parole più polisemiche e “trattate in modo abusivo” nel dibattito sull’eutanasia, secondo il professore e filosofo Francesc Torralba. Il direttore della cattedra di etica dell’Università Ramon Llull e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura sottolinea che usiamo spesso il concetto di dignità ma non definiamo altrettanto spesso cosa significa. Quando lo facciamo, “c’è una grande diversità ermeneutica”. È evidente che tutti vogliamo morire con dignità. Quando si approfondisce, però, “non è molto chiaro a cosa ci riferiamo con morire degnamente”. Queste riflessioni sono emerse durante la giornata “Eutanasia, vivere bene, morire bene”, organizzata dall’Ateneo universitario Sant Pacià e dall’Istituto Borgia di bioetica dell’Università Ramon Llull.

Torralba ha messo a confronto due grandi definizioni di dignità. La prima lega la parola all’autonomia. Questa idea afferma che “quando l’autonomia è alterata, la dignità si va perdendo”.

La seconda, con cui Torralba si trova più d’accordo, è quella che ritiene la dignità un concetto intrinseco. “Questa idea presente nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, indica che la dignità dipende dall’essere e non dalle facoltà mentali né dalla possibilità di agire”. L’autore moderno che sviluppa questa idea è il filosofo Jacques Maritain. Questa definizione sottolinea che la dignità emana dallo stesso essere, che è indipendente dal suo stato di fragilità e che la persona, aggiunge Torralba, “è meritevole di rispetto e cure indipendentemente dalle situazioni in cui vive o si trova”. È un “intangibile inviolabile”, come affermato, ad esempio, nella Costituzione tedesca.

Torralba ritiene imprescindibile distinguere queste due definizioni per sapere di cosa parliamo quando parliamo di dignità. Ritiene anche che l’altra espressione usata spesso per l’eutanasia, ovvero morire dignitosamente, sia stata “molto strumentalizzata e associata all’eutanasia”. Non corriamo troppo, frena il filosofo, e ricorda che tale espressione ha un significato più ampio.

Cosa significa, dunque, morire dignitosamente? Per Torralba evoca una morte senza soffrire. “Controllo dei sintomi fisici, sociali e spirituali”. Per ora, spiega, quanto di meglio abbiamo a disposizione sono le cure palliative. C’è un secondo elemento da tenere presente per una morte degna. La possibilità del commiato, del rituale, del simbolo. “Il dramma della pandemia è stato l’impossibilità di dirsi addio. Per me morire dignitosamente è potersi accomiatare dagli affetti più cari”.

Un terzo significato di morte dignitosa è morire al momento opportuno, il kairós dei greci. “Questo significa che procrastinare la morte è una prassi negativa. Ma la critica all’accanimento terapeutico non vuol dire eutanasia. E sottolinea anche, per una morte degna, il morire serenamente. “Ha a che fare con l’impressione di aver fatto il necessario. La propria missione nel mondo”. Quando non accade, subentra l’ansia.

Significa anche morire riconciliati, curare le ferite, riallacciare vincoli con coloro con i quali in passato avevamo rotto i rapporti. “Non c’è morte degna e serena se ci sono colpe e angoscia”. Per Torralba morire degnamente vuol dire morire giustamente. “Quando ci sono tante persone che non hanno il minimo, materiale, di farmaci o di attenzione, la morte degna è riservata a pochi”. Mentre se è intrinseca alla persona, dovrebbe essere per tutti. “Abbiamo ipertrofizzato l’autonomia e abbiamo dimenticato la giustizia”. Infine, morire degnamente vuol dire morire con riconoscenza e gratitudine.

Torralba ha voluto mettere in chiaro che gli sembra “una terribile semplificazione associare il morire degnamente all’eutanasia”. Chi muore dignitosamente, sottolinea, con un commiato, sereno, riconciliato, “muore degnamente senza alcuna necessità di praticare l’eutanasia”.

Se il concetto di dignità è complesso, lo è anche quello di morte, in generale. La religiosa del Sacro Cuore Margarita Bofarull, dottore in medicina e in teologia, appena nominata da Papa Francesco membro ordinario della Pontifica accademia per la Vita, sostiene che la morte ci mette davanti al senso stesso della vita. Come medico, spiega, non è stata formata per accompagnare a morire o per accettare il fallimento delle misure terapeutiche. “Abituati alla tecnica e a ottenere tutto, la morte rappresenta il fallimento del nostro potere”.

Per Bofarull pensare alla morte “ci fa pensare alla vita”. Vita e morte si tengono per mano e la buona morte, sottolinea, “viene da un finale pacificato e riconciliato”. La vita è un processo ma la cultura immediata in cui viviamo non aiuta. “Come un frutto il cui guscio si rompe troppo presto ed è amaro. Ci sono vite inutili se indossiamo gli occhiali della redditività”.

Il fine vita, spiega, “è paradossalmente tempo di essere e non tempo di fare”. Ogni vita umana ha la stessa dignità e, spesso, banalizzare la morte ci porta a “banalizzare la vita”. Bisogna affrontare il senso della vita e il senso della morte in maniera comunitaria, dice Bofarull, e ricorda che il discorso su vita e morte deve essere “solidale e non solitario”. Con-viviamo e con-moriamo: “La vita umana è un bene personale ma anche comunitario e ci sono morti che accusano tutta l’umanità”.