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(Glòria Barrete –CR) Ci sono religioni che per il peso sociale, storico e demografico hanno maggior rilievo nei mezzi di comunicazione. Altre, invece, rischiano di essere invisibili nella sfera mediatica. Il Consiglio consultivo per la Diversità religiosa della Generalità della Catalogna ha da poco pubblicato il quinto documento sulla “Diversità religiosa e mezzi di comunicazione: una volontà di dialogo”. Un testo in cui si invitano i mezzi di comunicazione a prestare attenzione alla quotidianità delle comunità religiose.

Nella bolla mediatica attuale, afferma il presidente del Consiglio consultivo, professor Francesc Torralba, “c’è molto rumore, cliché e fake news”. Il documento, lungi dall’essere una critica ai mezzi di comunicazione e alle comunità religiose, propone “in modo positivo” come smontare i luoghi comuni e come identificare elementi per fare in modo che soprattutto le minoranze religiose “abbiano spazio sui media”.

La società è sempre più consapevole che i valori delle persone sono diversi, ricorda il relatore del documento, professor Francesc Xavier Marín, cosa che rende illusorio “pretendere una chiara unanimità senza prima stabilire dialogo e argomentazioni”.

Questo in una società come la nostra, chiamata dell’informazione e della comunicazione, passa inevitabilmente attraverso una costruzione mentale basata su ciò che ci arriva dai media.

Ora, qualsiasi professionista della comunicazione, ricorda Marín, “sa che ci sono precisi protocolli per molti tipi di informazione”. Lo sport ha un suo linguaggio, la copertura di una conferenza stampa un altro, l’informazione economica i suoi tempi. E l’informazione religiosa?

“Non esiste necessariamente un protocollo né una maniera di procedere per il mondo dell’informazione religiosa”. Un’ignoranza della religiosità che si somma al fatto che i credenti non sono interlocutori validi solo per parlare di liturgia o di fede ma, secondo Marín, “lo sono per parlare di qualsiasi tipo di argomento”. La religione, afferma, “indirizza uno sguardo che non si limita alla liturgia ma offre occhi per guardare la realtà. Non bisogna pensare ai credenti solo per parlare di informazione religiosa”.

Il documento ha un tono orientativo e accademico. In una trentina di pagine si sottolineano prima le difficoltà e le opportunità che presenta la specificità delle religioni nei media. Una seconda parte sottolinea l’importanza del pluralismo nella gestione della comunicazione. Infine, si propongono principi e raccomandazioni di buone pratiche nei confronti dei professionisti della comunicazione.

Nella prima parte si sottolinea la “gerarchizzazione” dell’informazione. Il nostro mondo ci obbliga a selezionarla. Una delle sfide dei media, si spiega, “è non perdere di vista che la classica linea tra informatore e utente è sempre più sfumata” e ci muoviamo in un panorama informativo in cui tutti possiamo essere informatori. Questo, sottolinea il documento, comporta una difficoltà, “la mancanza di etica di alcuni che non rispondono a un codice deontologico”. Questo si ripercuote sull’informazione, anche religiosa, che spesso passa per “media informali e decontestualizzati”.

Vanno sottolineate anche alcune note delle dinamiche comunicative che le comunità religiose spesso dimenticano. I media, ricordano dal Consiglio consultivo, “sono entrati pienamente nella cultura partecipativa. Non si limitano a replicare informazioni ma generano contenuti”. Si raccomanda perciò alle comunità religiose di vigilare “per essere presenti nel mondo mediatico, creando forum interni e anche cercando media per rendersi visibili”.

Infine, viene ricordato che “non necessariamente i tempi con cui lavorano le religioni sono i tempi dei media”; vivono minuto per minuto e bisogna saper trovare il momento opportuno per rendere visibile il messaggio perché “per molti quel che non appare sui mezzi di comunicazione semplicemente è invisibile”.