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Igualada è una delle città spagnole più colpite dall'emergenza Coronavirus, tanto da essere stata definita "la Bergamo di Spagna". Quella pubblicata è la testimonianza del parroco della Sagrada Familia (ndt)
 

(Glòria Barrete –CR) Chiamiamo il parroco della Sagrada Familia di Igualada e la prima risposta alla domanda “come sta?” comincia ad essere quasi un mantra per tutti: “Di salute sto bene”. E la salute è diventata da settimane la preoccupazione principale di tutta la società in mezzo alla pandemia di Covid.

Don Xavier Bisbal è stato uno dei molti cittadini di Igualada che sono dovuti tornare a casa di corsa il 13 marzo a causa del confinamento totale della Conca d'Òdena deciso per frenare il contagio. Quando comparve il primo caso era impegnato a Girona per gli esercizi spirituali. “Mi avvisarono che chiudevano Igualada e sono dovuto tornare prima di mezzanotte”.

Non a caso, la prima morte per coronavirus nella città fu una fedele. Bisbal ricorda che un amico sacerdote è potuto andare in ospedale e somministrarle l’unzione degli infermi “ma tutto con grandi protezioni, con misure estreme”.

Venti giorni più tardi il confinamento pesa, “come a tutti” ma ciò che pesa di più “è il numero di decessi causato dalla pandemia”. In un mese di marzo normale, spiega Bisbal, a Igualada e nei quattro comuni limitrofi “ci sono circa 45 morti”. In questo mese di marzo, invece, “ne abbiamo avuti circa 140”. E con il sospetto “che siano molti di più” perché senza dubbio ci sono altri decessi che siccome non sono stati diagnosticati attraverso i test, non rientrano nelle cifre della pandemia. “Una tragedia”, afferma il parroco.

Attualmente hanno il tasso di mortalità per 100.000 abitanti più alto d’Europa. “Una tragedia che colpisce molte famiglie, che non si possono accomiatare dai loro cari defunti perché muoiono soli e vanno direttamente al cimitero o al crematorio”. Una tragedia latente, raccontata dal parroco d’Igualada, “che non esce sui mezzi di comunicazione, che non si esprime in modo visibile” e che prima o poi “bisognerà esteriorizzare, come che sia” sebbene non sia ancora il momento.

Sulla stessa linea si è espresso l’abate di Montserrat, Josep Maria Soler, nella lettera che ha inviato agli abitanti della Conca d'Òdena. L’abate afferma che “ci sentiamo vicini a tutti voi, specialmente ai malati e alle loro famiglie. E non solo ci sentiamo vicini, ma soprattutto vi portiamo nella preghiera davanti alla Santa Immagine della Madonna di Montserrat. Ella, che è la nostra madre e patrona, vi protegge, come già fece nel 1515. Preghiamo anche per i defunti, che in gran parte non hanno potuto essere accompagnati e salutati dalle persone care, creando così una gran solitudine nelle vittime e una grande sofferenza nei loro familiari”.

Quello che preoccupa la Chiesa di Igualada sono tutte quelle famiglie “alle quali non possiamo arrivare”. Bisbal ricorda che i telefoni della parrocchia sono raggiungibili “per chiunque voglia e abbia bisogno di chiamare”

Diversi i fedeli defunti. Ogni giorno alle 10 don Bisbal celebra la Messa e attraverso un gruppo whatsapp al quale si sono iscritte già 300 persone, chiede le intenzioni del giorno. “Ogni mattina alle 9 mando una lettera e se le famiglie vogliono dire chi è morto e per chi si celebra la Messa quel giorno, lo dico”.

In queste settimane non è stato possibile celebrare i funerali (il ministero della Salute ora ha permesso solo la presenza di massimo tre familiari e un ministro del culto alla sepoltura, ndt). “Cerco di fare le condoglianze per telefono – dice don Bisbal – dipende molto da ogni famiglia, se è vicina alla fede o meno”. Ammette che sono momenti difficili “ed evidentemente non possiamo insistere troppo”.

Alla domanda su cosa significhi il confinamento, Bisbal rimanda alla riflessione fatta alcuni giorni fa dallo scrittore Victor Küppers secondo il quale bisogna stare attenti a certe frasi ripetute come “tutto andrà bene”. “Per chi ha perduto due familiari o il lavoro, sentirsi dire ‘tutto andrà bene’ forse fa male”. E allora Bisbal ricorda che viviamo giorni di Quaresima e di quarantena nei quali “bisogna andare all’essenziale”.

Curiosamente, in piena pandemia sono stati celebrati due matrimoni, nonostante la maggioranza siano stati annullati. “In uno la coppia ha voluto che ci fossero almeno i genitori. Gli ho detto che il fatto di celebrare le nozze senza vestito da sposa, senza invitati, o senza banchetto poteva far sì che si andasse all’essenza della loro unione”. Bisbal spiega che con il confinamento c’è gente che “riscopre l’essenza di molte cose, come la convivenza, la famiglia e credo anche l’essenziale della fede”. Ci sono molte persone praticanti, afferma, che hanno pregato tutta la vita e che ora “mettono un po’ in gioco la loro fede e il modo di reagire alla luce della fede di fronte a questa situazione”.

A livello pratico, la Chiesa di Igualada si è adeguata al confinamento senza smettere di offrire pastorale e liturgia. “C’è una Messa quotidiana in streaming e altri sacerdoti celebrano a casa o in parrocchia, senza riprese”. Oltre al gruppo whatsapp la parrocchia gestisce aiuti perché le residenze per anziani e gli ospedali possano avere dispositivi protettivi. Per esempio, mercoledì mattina don Bisbal ha donato all’ospedale locale 1.400 schermi protettivi regalati dall’industria alimentare Casa Tarradelles, una donazione gestita dalla diocesi che ha canalizzato gli aiuti.

Inoltre, ogni parroco ha una lista di malati da chiamare, per fare una specie di visita telefonica. “Chiamiamo per sentire come stanno, sono molto grati che ti interessi di loro”. Queste settimane hanno cambiato la vita a molti, conclude: “Poco a poco dovremo vedere quello che verrà, ma questa sarà una seconda fase”.