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Sabato (20 febbraio), per circostanze non casuali, mi sono trovato in piazza Lesseps a Barcellona tra quanti stavano montando barricate, dopo aver distrutto i negozi di Passeig de Gracia, e la linea dei Mossos (polizia della Catalogna, ndt) pronti a intervenire. Da lontano ho visto anche un sacerdote della parrocchia di Lesseps che discuteva con quelli che accatastavano barriere e cassonetti in mezzo alla strada, nel tentativo di convincerli a non farlo. Confesso di aver avuto poco spirito giornalistico (e pacifista) e che l’unica cosa di cui mi sono preoccupato in quel momento è stata quella di capire come uscire da quella situazione con entrambi gli occhi nello stesso posto in cui stavano quando ci ero entrato (il riferimento è alla ragazza che nei giorni precedenti aveva perso un occhio durante gli incidenti che si stanno verificando dopo l’arresto del rapper Pablo Hasel, ndt).

L’unica cosa che ho potuto chiaramente osservare è che tutti erano giovani. Molto giovani. Un fatto evidente che tutti hanno sottolineato. Eppure non mi è così chiaro che quelli che erano là fossero “i giovani”.

Prima di tutto è una questione puramente numerica. Duemila, tremila, diecimila… i giovani che hanno manifestato in questi giorni? Cento, duecento, trecento… quelli che hanno bruciato cassonetti? Trenta, quaranta, cinquanta… quelli che hanno rotto vetrine e saccheggiato negozi? Non so quanti fossero però non credo che si possa costruire tutta una teoria sulla mancanza di aspettative dei giovani a partire dai fatti di questi giorni.

In questo stesso fine settimana, circa centomila giovani catalani sono andati a messa o hanno partecipato al culto della propria confessione (tra questi, circa seimila giovani che si preparano alla Confermazione). In questo stesso fine settimana, se non ci fosse stato il confinamento, circa diecimila giovani catalani avrebbero mobilitato migliaia di bambini, come supervisori di attività educative ricreative. E attualmente ci sono duecentomila giovani universitari catalani che stanno aspettando che riaprano le aule.

Evidenzio queste tre cifre solo come esempio del fatto che sicuramente non possiamo fare troppe riflessioni su “i giovani” e le loro aspettative e motivazioni solo per le immagini che abbiamo visto in questi giorni o per quello che io stesso ho visto in piazza Lesseps.

Un’altra questione è quali sono i mali sistemici che spingono alcuni giovani a bruciare cassonetti. Con tutto quello che succede, anche a me molte volte viene voglia di appiccare il fuoco. E questo può contribuire a fornire argomenti che spieghino o giustifichino tali azioni. Soprattutto quando altre strade si sono dimostrate sterili.

Però qui c’è anche un altro modo di misurare che di solito risulta efficiente. Come considereremmo la stessa azione se gli autori non fossero “dei nostri”? O per una causa che considereremmo sbagliata? E ancora di più in questo caso concreto, visto che Pablo Hasel, il personaggio al centro di tutti questi avvenimenti, non mi sembra un modello di riferimento per una generazione. Forse il dibattito sulla libertà di espressione sarebbe più interessante aprirlo da un’altra parte.

In conclusione: non stiamo costruendo una società con sufficiente libertà, con sufficienti aspettative, con sufficiente uguaglianza. Però questo andrebbe corretto ogni giorno. Non perché alcuni giovani escono a bruciare cassonetti ma ascoltando di più le migliaia di giovani che non fanno notizia.