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nadal siria

La decisione di celebrare il Natale quest'anno in Siria non è stata un dettaglio minore né una questione meramente liturgica. Per molti cristiani, questa festa è diventata una prova della nuova fase e un esame del rapporto tra le Chiese, la società e il potere, a un anno dalla caduta di Assad, l'8 dicembre 2024.

Per oltre quattro decenni, un regime di matrice musulmana, guidato dalla minoranza alauita —una confessione islamica minoritaria in Siria—, si è presentato come laico e come il "protettore delle minoranze", inclusi i cristiani. Si trattava di un discorso costruito sulla paura: o io rimango, o il caos minaccerà la vostra esistenza. Con la sua caduta, non solo è crollato un sistema politico, ma anche questa pretesa, lasciando i cristiani di fronte a una nuova domanda: come vivere la fede senza tutela?

Questa domanda prende tutto il suo senso se si tiene conto della realtà demografica attuale del paese. Secondo i dati del Pew Research Center, la Siria è oggi un paese a chiara maggioranza musulmana, mentre i cristiani rappresentano circa il 3,8% della popolazione, una proporzione molto inferiore a quella che avevano all'inizio del XX secolo e che si è ridotta in modo significativo a causa della guerra, l'emigrazione e lo spostamento interno. Un rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre stima che oggi i cristiani rappresentano circa il 2% della popolazione, con un numero approssimativo di 300.000 persone, rispetto ai 2,5 milioni che risiedevano nel paese prima della guerra.

Le fonti storiche indicano che, alla fine del periodo ottomano, i cristiani costituivano più del 25% della popolazione in Siria, una proporzione che è diminuita fino al 10-12% durante i primi anni dopo l'indipendenza, principalmente a causa dell'emigrazione e delle instabilità politiche e sociali. Il conflitto iniziato nel 2011 ha accelerato drasticamente questo processo. 

La comunità cristiana in Siria è internamente diversificata. I cristiani greco-ortodossi costituiscono il gruppo più numeroso, con circa il 45% del totale, seguiti dai siriaci ortodossi, che rappresentano circa il 23%. Seguono i greco-cattolici, con circa il 16%, e i fedeli della Chiesa Apostolica Armena, che costituiscono circa l'11%. La percentuale restante appartiene principalmente ai seguaci della Chiesa Assira d'Oriente, concentrati soprattutto nella regione della Jazira siriana.

Due Natali consecutivi

Solo un anno fa, il Natale arrivò appena due settimane dopo la caduta del regime, in una fase di transizione poco chiara. La nuova autorità non aveva ancora consolidato il suo controllo e non vi era certezza sul comportamento dei suoi diversi gruppi o attori. La paura era reale, non immaginata; perciò prevalse la prudenza, scomparvero molte celebrazioni pubbliche e il Natale rimase, in molti luoghi, confinato all'interno delle chiese e delle case.

Quest'anno, il panorama è cambiato. Non perché tutto sia sicuro, ma perché un intero anno di esperienza quotidiana ha riconfigurato la percezione generale. Oggi i cristiani celebrano più che lo scorso anno, con una tranquillità relativa e una presenza più visibile, sebbene ancora prudente. I mercatini di Natale, l'illuminazione delle strade e delle piazze e l'organizzazione di attività pubbliche illustrano questo cambiamento di contesto, con immagini che non facevano parte del paesaggio urbano neppure durante gli anni del regime di Assad. Nella stessa linea si iscrive l'inaugurazione della mostra natalizia «Fede e Luce» nel monastero dei padri gesuiti, un'iniziativa di carattere culturale e spirituale che riflette un modo gesuita di vivere il Natale attraverso la presenza e il dialogo nello spazio sociale, al di là del contesto strettamente liturgico.

In questo contesto, anche la celebrazione del Natale acquista un significato diverso dal punto di vista delle Chiese. La Chiesa in Siria, nella diversità delle sue tradizioni e confessioni, non si muove più dalla posizione di "protetta", ma da quella di attore sociale all'interno della società. Le celebrazioni di quest'anno — cori, presepi, attività per bambini — non si sono presentate come uno spettacolo, ma come un ritorno a un ritmo vitale normale che per molto tempo si era perso. Anche scene simboliche, come quella di un membro delle forze di sicurezza, con barba visibile, vestito da Babbo Natale e che distribuisce regali, non sono state lette come fatti straordinari, ma come segni di un cambiamento lento nel clima sociale e di un desiderio collettivo di rompere stereotipi che il vecchio regime aveva deliberatamente alimentato.

Inoltre, la celebrazione del Natale ha coinciso quest'anno con il primo anniversario della caduta del regime, fatto che ha dato a questo periodo un significato pubblico aggiunto. Questa coincidenza ha permesso che sacerdoti e leader cristiani apparissero non solo all'interno delle chiese, ma come parte integrante di un quadro celebrativo più ampio, partecipando persino a eventi pubblici legati alla memoria del cambiamento politico.

Un esempio di ciò è stata la partecipazione del rettore della Chiesa di Um al-Zennar, appartenente alla Chiesa siro-ortodossa, la cui presenza non è stata percepita come un'eccezione né come un gesto simbolico, ma come un'espressione del ruolo naturale del componente cristiano nella vita pubblica, dopo anni in cui questo ruolo era stato ridotto al discorso della “protezione”. 

"Noi, cristiani siriani, siamo parte essenziale di questa società"

Nonostante questa evoluzione, la celebrazione non è stata automatica. Prima di Natale, nei circoli cristiani è sorta la domanda se fosse necessario celebrare
in pubblico o limitare la celebrazione all'ambito domestico. Questa questione è stata sollevata a seguito di una serie di incidenti dolorosi: l'incendio di alberi di Natale in alcune zone e scritte di carattere settario sui muri di diverse chiese durante l'anno 2024. 

In questo contesto, non si può ignorare l'impatto dell'attentato terroristico che ha colpito la chiesa di Mar Elies, nel quartiere di Dweilaa (Damasco), durante una messa il 22 giugno 2025. L'attentato è diventato un punto di riferimento inevitabile per la comunità cristiana locale; tuttavia, sono rimaste anche le parole di una donna presente quel giorno: «Noi, cristiani siriani, siamo parte essenziale di questa società.

"Non lasceremo il paese né lo abbandoneremo". Queste parole non sono state lette come un grido di protesta, ma come l'espressione di una decisione collettiva: celebrare quest'anno non è una mostra né una negazione del pericolo, ma un'affermazione serena di permanenza, di partecipazione e di responsabilità verso il paese. Da questa prospettiva, la celebrazione del Natale del 2025 acquisisce un significato diverso.

Un anno dopo la caduta di un regime che ha costruito buona parte della sua legittimità sulla paura, quest'atteggiamento riflette uno spostamento chiaro: la sicurezza non si attende più da un discorso protettivo né si delega nel potere, ma si costruisce nella relazione quotidiana con l'ambiente e nell'assunzione di una responsabilità condivisa.

La dimensione ecclesiale più ampia

La visita del Papa Leone XIV in Libano, insieme alla partecipazione di un'ampia delegazione proveniente dalla Siria agli incontri e alle preghiere, ha acquisito un significato particolare in questo contesto. Ciò che è rilevante non è stato solo la dimensione della delegazione, ma soprattutto il contenuto del suo messaggio: non sono state avanzate richieste di protezione speciale né garanzie politiche, ma una petizione chiara affinché il Papa continui a pregare e a fare appello alla pace in Siria. A questo desiderio si è aggiunto anche un desiderio a lungo espresso da molti cristiani siriani: avanzare verso l'unificazione delle celebrazioni liturgiche tra le diverse Chiese.

In questo modo, la visita ha riflettuto un cambiamento nel linguaggio delle Chiese cristiane in Siria. Invece di parlare dalla paura o dall'eccezionalità, è emersa una voce delle Chiese che reclama la pace come un diritto comune per tutti i siriani e che mira a una maggiore unità tra gli stessi cristiani, situandosi all'interno di una preoccupazione nazionale e collettiva. Questo cambiamento è coerente con il modo di vivere il Natale quest'anno: una celebrazione che non si fonda sulla pretesa di protezione, ma sulla convinzione che la presenza nella società, la preghiera per essa e la ricerca della comunione fanno parte della testimonianza cristiana oggi.

Il Natale nella Siria post-cambiamento

Tuttavia, non si può parlare del Natale in Siria come di un'esperienza omogenea o comparabile ovunque nel paese, poiché le condizioni continuano a variare da una città all'altra. A Homs, per esempio, le celebrazioni di quest'anno hanno avuto un carattere più contenuto e si sono sviluppate principalmente all'interno delle chiese, in un contesto segnato dalla cautela e dall'instabilità generale del momento.

Questo periodo è stato attraversato anche da alcuni eventi che hanno suscitato dibattito all'interno dei circoli cristiani. Davanti alla chiesa di Mar Elies, che era già stata bersaglio di un attacco terroristico mesi prima, è stato incendiato un albero di Natale. Le autorità hanno indicato che si trattava di un incidente accidentale causato da fuochi d'artificio e sono state intraprese azioni per reinstallare l'albero e riparare i danni. Tuttavia, queste spiegazioni non hanno chiuso completamente le domande sollevate, e la fiducia di una parte della comunità cristiana verso le nuove autorità continua a costruirsi in modo graduale, in un contesto segnato da esperienze recenti e una memoria ancora prudente.

Allo stesso tempo, sono emerse iniziative con un carico simbolico significativo, come il posizionamento di fotografie dei martiri davanti alla stessa chiesa. Questo gesto è stato vissuto come un'espressione serena della memoria collettiva e della volontà di continuare a essere presenti nello spazio pubblico, senza negare le difficoltà né esagerarne l'entità. Il Natale del 2025 in Siria non è una festa di vittoria né un'espressione di piena tranquillità, ma il riflesso di una fase di transizione complessa, attraversata da tensioni, contraddizioni e opportunità ancora aperte. Non segna la fine di un percorso né l'inizio di una normalità assicurata, ma un momento intermedio, fragile, in cui la società continua a imparare a ricostruirsi dopo anni di incertezza e di discorsi di protezione imposti dall'alto. È un Natale che si celebra con prudenza, ma anche con una volontà consapevole di rimanere, di partecipare e di assumersi responsabilità condivise.

Forse questo è il suo senso più profondo: celebrare non perché qualcuno garantisca sicurezza o protezione, ma perché si sceglie di far parte di questa società così com'è oggi, con le sue ferite ancora visibili e una speranza che appena comincia a consolidarsi. Una celebrazione che non nega i rischi né idealizza il presente, ma che afferma, in modo sereno e perseverante, la decisione di continuare a vivere la fede in comune e nello spazio pubblico.

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