Formazione a distanza per la Caritas di Tortosa

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

(Conferència Episcopal Tarraconense) La Caritas Diocesana di Tortosa ha avviato un programma di formazione a distanza attraverso la piattaforma Moodle, grazie all’accordo sottoscritto con la Fondazione ADADE.

La Fondazione offrirà lo sviluppo di questa piattaforma virtuale di apprendimento in modo che la Caritas diocesana possa implementare i corsi on line che ritenga adatti a garantire una formazione indirizzata ai partecipanti ai diversi progetti, alle sue equipe di tecnici e ai quasi 700 volontari. La Caritas interparrocchiale di Amposta sarà la prima a utilizzare questa piattaforma.

La Fondazione ADADE ha tra gli altri obiettivi la promozione, l’elaborazione ed esecuzione di progetti educativi e sociali. Inoltre, lavora particolarmente nella lotta alla povertà, nella promozione umana, economica e sociale, e nella cooperazione allo sviluppo, sia in Spagna che a livello internazionale, con l’aiuto a Paesi in via di sviluppo.

Il Sinodo della Speranza passa alla seconda fase

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

Per saber-ne més

(Bisbat de Vic/CR) La diocesi di Vic riprende il cammino sinodale in cui è impegnata. Dopo alcuni mesi segnati dalla pandemia che “hanno reso complicati gli incontri e il lavoro dei gruppi sinodali”, la diocesi ha voluto porre l’accento sul fatto che i contributi a questo processo sono “unici e insostituibili” e incoraggia tutti i membri della Chiesa diocesana a proporne ancora.

Finora la riflessione, la preghiera e il discernimento hanno riguardato la persona e la società. Ora, affermano dalla diocesi, “è il momento di guardare a Cristo: ‘Chi è Gesù?’”. L’obiettivo di questa tappa è tornare a scoprire Gesù Cristo, domandarsi chi è e quale rilevanza ha nella vita di ogni cristiano, nelle comunità parrocchiali e come Lui risponde alle necessità della persona e della società.

Per accompagnare questo discernimento, la diocesi invierà prossimamente i sussidi corrispondenti a questa fase. Consapevoli delle circostanze che ancora si stanno vivendo, si è pensato a un libretto per ogni membro dei gruppi sinodali. Tale libretto consta di tre capitoli e comprende una parte di lavoro personale e una con le guide per le sessioni di gruppo.

Fede e giovani, una cosa strana?

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

Mi perdonerete se posso sembrare ingrato. Domenica mattina Catalunya Radio ha dedicato un lungo reportage alla fede e ai giovani. È positivo e va ringraziato lo staff della trasmissione “El Suplement” di Roger Escapa per aver dedicato uno spazio di massima audience a questo tema. La critica non è al reportage ma al substrato. È strano che un giovane sia credente? O piuttosto ce lo hanno fatto credere e abbiamo creduto che sia una cosa strana? Il filo conduttore era un po’ in questo senso. Normale, perché l’immaginario collettivo è questo. Essere giovani e credenti non è molto normale. L’unica cosa che non ho capito del reportage è perché bisogna mostrare il cattolicesimo come un’eredità del franchismo, quando sono passati ormai 40 anni.

Ma non ci allontaniamo dal tema. È strano essere giovani e credenti? Non credo proprio. In Catalogna ce ne sono molti. Guardiamo i sondaggi del CEO (Centro studi d’opinione), che non sono parola di Dio ma indicano tendenze quantificabili. I dati di ogni rilevamento trimestrale fluttuano molto perché lo studio del fenomeno religioso non è l’oggetto diretto di queste ricerche e il Barometro della Religiosità non è aggiornato da cinque anni. Tuttavia, ci descrivono tutti un panorama simile.

Circa il 35% dei giovani catalani si dichiarano cattolici. Facendo un’estrapolazione, vuol dire quasi mezzo milione di giovani. Approssimativamente, i giovani protestanti sono circa 60.000 (5%) e i musulmani 40.000 (3%). Tra i giovani di tutte le confessioni, circa l’8% si dichiara praticante, che significa circa 100.000 catalani tra i 18 e i 35 anni.

Che con tutto quello che è successo ci sia “ancora” un 35% di giovani che si identificano come cattolici mi sembra quasi un miracolo. E gli ultimi dati del CEO indicano una cosa che negli ultimi anni si era intuita: la “caduta” della religiosità per fasce di età si è fermata. L’adesione religiosa tra i giovani di 18-25 anni è superiore di alcuni punti decimali rispetto a quella dei giovani di 25-35 anni.

Centomila giovani che praticano il culto nelle rispettive religioni o mezzo milione che si identificano con il cattolicesimo. Attenzione. Non mi sembra che si possa affermare che essere giovane e credente sia una cosa strana. Per esempio, è più “strano” che un giovane militi in un partito politico o in un sindacato. Con una rapida ricerca su internet si può scoprire che in Catalogna ci sono solo 7.000 giovani che militano in partiti, o che il partito catalano con più iscritti non arriva a 20.000 persone. Non parliamo di altri tipi di adesioni che possono interessare tutti i ragazzi e che difficilmente ai avvicinano alle cifre dell’ambito religioso.

Se dunque non è così, perché sembra così?

Senza alcuna pretesa di dare risposte, segnalo due motivi. Uno è la sottorappresentazione nei mezzi di comunicazione. Non significa incolpare qualcuno. I media sono riflesso e contemporaneamente promotori dell’immaginario collettivo. Un buon esempio è rappresentato dal femminismo. La necessaria uguaglianza tra uomo e donna non se la sono inventata i/le giornalisti/e ma la sua centralità nel dibattito pubblico sarebbe impossibile senza i mezzi di comunicazione. Non saremmo arrivati alla battaglia per un linguaggio inclusivo, alle liste elettorali paritarie o all’interesse per lo sport femminile senza i media. La domanda è se i media sono stati più il riflesso di una società che rende invisibile la religione o sono stati uno dei principali fattori nel contribuire a renderla tale.

Tuttavia, il problema di fondo, a differenza di altre società occidentali, è che la religione ha perso la battaglia culturale e ha smesso di essere pubblicamente e istituzionalmente significativa. Nonostante ci siano migliaia di persone alle quali la religione continua a dare senso alla propria vita.

Un secondo fattore è più specificatamente cattolico. Abbiamo creduto che non ci sono più giovani credenti. L’immagine che abbiamo è di parrocchie, preti e comunità religiose invecchiati. Vero. Però il problema è che la sovrastruttura erede di un cattolicesimo sociale che non esiste più ci porta a questa percezione. Se c’è una parrocchia ad ogni angolo, non ci sono abbastanza giovani per tante parrocchie. Se abbiamo oltre 100 congregazioni religiose, non ci sono vocazioni per tante congregazioni. Il cattolicesimo conserva una struttura ecclesiale troppo dispersa rispetto alla sua realtà sociale in Catalogna (e in generale in Europa). Significa essere una realtà minore o insignificante in Catalogna? No. Però quattro centri sociali alternativi di quartiere a Barcellona ben organizzati fanno più rumore di cento parrocchie sparse. E così sembra che tutti i giovani stanno nei centri sociali e non nelle parrocchie.

Però guardiamo avanti con ottimismo. Quello che sembra strano, sebbene non lo sia, ha anche una grande attrattiva. Una religiosità spiegata come una novità, anche se apparentemente strana, può fare molta strada. E che ci dedichino pure programmi radio-televisivi.

 

Solidaritat tarragonina amb Beirut i Terra Santa

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

(Glòria Barrete –CR) Com arriben a Tarragona uns rosaris fets a mà a Terra Santa i en què la recaptació va per a les famílies damnificades per a l’explosió de Beirut al Líban? Aquesta és la pregunta que expliquem en aquest article. Un exemple de micro solidaritat que té grans beneficis, molta generositat, i una clara voluntat per fer real la comunió eclesial.

Des del secretariat d'Animació Bíblica de l'arquebisbat de Tarragona, junt amb l'associació bíblica, fa molts anys que organitzen un pelegrinatge a Terra Santa. Com a “pelegrins de la Paraula”, com ells s’anomenen, sempre han tingut interès en conèixer les pedres vives de Terra Santa, els cristians de la zona. A banda de tenir contacte amb els franciscans que són els guardians d'aquell indret, sempre dins del seu itinerari han inclòs celebrar l'Eucaristia del diumenge en alguna parròquia del territori de Terra Santa. 

Fa anys que la primera parròquia on van anar va ser la de Taybeh.  “Les parròquies allà sempre han estat obertes per acollir pelegrins a la seves misses dominicals”, explica M. Esperança Amill, del secretariat d’animació bíblica de Tarragona. Una manera, diuen, “de donar suport i fer comunió eclesial”.

Mantenint el contacte

Després de la parròquia de Taibe un any van anar a la parròquia de Beit Sahour, on hi ha el camp dels pastors. Allà van conèixer el pare Bashar Fawadleh, el rector d'allà, un sacerdot jove. “Una parròquia molt viva, dins la municipalitat de Betlem, que agafa diferents poblacions com Beit sahur, i Beit Jala”. El rector havia estat promotor l'any 2011 d’una llibreria catòlica, anomenada de Crist Rei. “La primera i única llibreria catòlica en què pots trobar llibres bíblics i d'espiritualitat cristiana en àrab”. Fins al moment sempre havien d'importar-ne de fora en altres llengües.

El rector els va ensenyar la llibreria, que es trobava dins els locals de la parròquia, i on també tenien la delegació de joves del patriarcat llatí de Jerusalem de les parròquies de parla àrab. El contacte amb el pare bashar es va mantenir el temps. Fa uns quatre anys el pare Bashar va deixar de ser rector de Beit Sahour i el nomenen responsable del seminari menor que està a Beit Jala.

Aquest darrer any no s’han pogut fer els pelegrinatges a Terra Santa a conseqüència de la pandèmia de la Covid-19, però a Tarragona han continuat el contacte amb la gent d'allà. El pare Bashar a finals de setembre, “tot content”, els va escriure per dir que els joves de Palestina, malgrat les dificultats que allà tenen, s'havien movilitzat per ajudar els seus germans de Beirut”. L'explosió que va colpir el mes d’agost Beirut es va produir en un dels barris amb molta presència cristiana i van quedar molt tocats convents i esglésies de la zona.

Als joves se'ls va acudir fer uns rosaris de fusta amb dos objectius. “Un, unir-se amb la pregària cap els seus germans de Beirut, i enviar un missatge d'esperança que venç totes les dificultats, i per l’altra, un objectiu d’ajuda econòmica amb la venda dels rosaris”. En cada rosari de fusta, a una banda de la creu, hi ha un cedre i posa Beirut; a l'altra banda hi ha una olivera i posa Jerusalem. La recaptació d'aquests rosaris serveix per restaurar els barris destruïts i ajudar les famílies de Beirut. “El pare Bashar ens va dir si ens podíem sumar a la iniciativa i vam comprar un lot de rosaris. Amb els tràmits de l'aduana s'ha endarrerit tot molt i els hem rebut al desembre”. 

D’altra banda, es persegueix un tercer objectiu, donar feina a famílies de Betlem que han vist mermats els seus ingressos per la manca de pelegrinatges. Amb la confecció dels rosaris s’ha pogut donar feina a trenta famílies artesanes de Betlem que treballen la fusta. Un triple objectiu, “ajudar econòmicament les persones de Beirut, crear comunió eclesial amb la pregària, i per altra banda, donar feina a famílies de Terra Santa que no treballen”.

Hereus directes dels primers cristians

I és que els cristians de Terra Santa, afirma Amill, “se senten responsables de mantenir un llegat, senten que tenen una missió pel fet d'haver nascut a la terra de Jesús i se senten hereus directes dels primers cristians”.

Aquests rosaris, que es poden comprar a la llibreria, s’han anant venent per les parròquies del bisbat de Tarragona. També es pot fer donació directa a Beit Jala a la llibreria cristiana. O comprar a Tarragona també petits objectes de fusta que ha anat adquirint la delegació d’animació bíblica en els diferents pelegrinatges. “Tenim pessebres petits, canalobres fets de fusta d’olivera. Una petita manera de seguir donant feina a la gent de Betlem”. 

FEDAC promou l’empoderament tecnològic

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

(FEDAC) Durant el confinament de l’any passat, tot el món va evidenciar la importància de les noves tecnologies i les eines digitals aplicades a l’educació. Aquest curs 2020-21 les escoles FEDAC han posat en funcionament el projecte sTEPs by FEDAC amb l’objectiu d’acompanyar i empoderar docents, alumnes i famílies d’arreu en habilitats digitals i noves tecnologies perquè aquestes no siguin un obstacle per a ningú a l’hora de formar-se, créixer i impulsar canvis a l’escola i a l’entorn.

D’on sorgeix el projecte sTEPs by FEDAC?

L’equip sTEPs està format principalment per educadors de les escoles FEDAC que ofereixen la seva experiència i coneixements a altres professionals de l’educació, famílies i estudiants que volen formar-se o millorar les seves habilitats en les anomenades Tecnologies de l’Empoderament i la Participació (TEP). Les TEP integren tot un conjunt d’eines tecnològiques de la informació, la comunicació, el coneixement i l’aprenentatge per empoderar les persones perquè puguin ser actives i impulsar canvis en el seu entorn.

El projecte sTEPs neix arran de l’experiència viscuda a les 24 escoles FEDAC durant el confinament. Aleshores van evidenciar els resultats de l’aposta que ja fa uns anys havia fet FEDAC per integrar les tecnologies de l’aprenentatge i el coneixement (TAC) en els processos d’ensenyament i aprenentatge a través del projecte TÀCtil. Actualment a les escoles FEDAC compten amb 469 educadors amb certificats Google Educator Level 1 i 2, Google Trainer o Google Innovator.

Formació a mida

L’equip sTEPs by FEDAC ofereix formacions i serveis d’acompanyament i assessoria personalitzats, tant de forma presencial com online. A més, al canal sTEPs by FEDAC de YouTube es publiquen videotutorials, en forma de petites píndoles, oberts a tothom sobre eines i recursos digitals.

Cada dia m’hi sento avocat, enmig de persones que mal viuen en els carres de la ciutat on visc. Algunes de les persones demanen ajut constantment, uns ho necessiten més que d’altres, uns altres se’ls fa difícil deixar-se ajudar, o que les vulguis acompanyar cercant una sortida digna per una vida millor. Els conflictes al carrer són continuats a ple dia o a l’obscuritat de la nit. Seguidament ve la trucada demanant auxili i no sempre la solució és fàcil quan tampoc és clara la participació en el conflicte sorgit.

El doctor Flavio Comim, de la Catedra d'Ètica i Pensament Cristià d'IQS, explica les diferències entre una economia de mercat i una societat de mercat.

“No ens creiem que la nostra forma de viure posa en risc la nostra supervivència”

Voleu rebre les notícies?

Subscriviu-vos al butlletí gratuït

(Cristianisme Segle XXI) Més d’un centenar de connexions a la ponència sobre ‘Ecologia post-coronavirus: espècie humana i ecosfera’. Aquest dissabte ha tingut lloc, de forma telemàtica, la xerrada inaugural del cicle Espai Obert de l’associació Cristianisme al Segle XXI, a càrrec de la doctora Marta Tafalla, professora d’Ètica i Estètica a la UAB.

S’entén ecosfera –un terme creat el 1958– com el sistema global terraqüi format per tots els organismes de la biosfera i caracteritzat per les relacions de convivència que s’estableixen entre matèria, energia i éssers vius. “No ens creiem que la nostra forma de viure posa en risc la nostra supervivència”, ha apuntat la ponent. Tafalla ha dividit la xerrada en tres parts.

En la primera, ha ajudat a prendre consciència de l’actual situació catastròfica. Tenint amb compte que el planeta Terra és l’únic que coneixem amb vida, el 2011, teníem 8 milions d’espècies diferents d’animals i plantes, sense comptar els microorganismes més difícils de comptabilitzar. Totes interconnectades en una xarxa de col·laboració i necessitat, de manera que la biosfera –suma d’ecosistemes format pel conjunt d’éssers vius del planeta juntament amb el medi físic que els rodeja– funcioni de la millor manera possible.

Així, ha posat exemples de les funcions pol·linitzadora i clorofíl·lica d’animals i plantes, o del benefici per als peixos de les preses que fan els castors als rius, els elefants o bisons obrint camins per altres animals o les balenes amb el plàncton. Totes les espècies col·laboren unes i altres amb benefici de la vida de totes les altres, llevat d’una, la humana. Tot i ser una espècia jove (la vida començà fa més de 3,5 milions d’anys i l’home, només en fa entorn d’uns 300.000 anys) ja fa 60.000 anys que extingeix espècies. Actualment, hi ha un milió d’espècies en risc d’extinció.

Segons l’informe Planeta viu del World Wide Fund (‘Fons mundial per la natura’, WWF), de 1970 a 2016 les poblacions d’animals salvatges vertebrats  havien caigut en un 70%; el 2018, dels animals del planeta, sols 4% de mamífers són salvatges; el 60% és ramaderia; el 36%, humans. Quant a les aus, només un 30% són salvatges. Tot això, lligat a l’escalfament del planeta, afecta Catalunya amb espècies inadaptables, sequeres extremes, onades de calor, puja de temperatures... Ens aboquem a la catàstrofe.

Hiperseparats de la natura

En la segona part de la xerrada la conferenciant ha explicat com i per què hem arribat fins aquí. Una espècie intel·ligent que es podia servir de les altres i una part dels humans, des d’un paradigma de cultura industrial de països rics, menystenint altres cosmovisions (per exemple orientals o indígenes) s’ha dedicat a enriquir-se l’esquena de les altres (bé que també hi ha moviments per protegir la terra.)

En aquest sentit resulta còmode i fàcil donar la culpa a un capitalisme que només vol créixer pensant en guanys econòmics. Això pot ser cert, però les causes no són només econòmiques, sinó que, seguint la filòsofa australiana Val Plumwood (1939-2008) –cf.  Feminisme i el domini de la natura (1993) o  bé Cultura ambiental: la crisi ecològica de la raó (2002)–, són més profundes: rauen en la hiperseparació dels humans de la natura.

 L’antropocentrisme ens ha dut a un error ètic –menysteniment de les altres espècies– i  cognitiu –tenim una visió distorsionada de la realitat–. Volem gestionar i governar la biosfera i no és la nostra funció, perquè en fem part. El mainstream és que els humans tenim valor i la resta, no; els humans som subjectes; la resta, objectes al nostre servei. Els humans seríem essencials i la resta d’espècies, instrumentals.

Per això  en dir a un altre humà “animal!” és un insult com ho és qualificar-lo de “porc”, “burro”, “voltor”... Hem oblidat la feina de gestionar i fertilitzar vegetació que feien cabirols i cérvols, i ara els volem com un trofeu cinegètic. Domestiquem els cavalls, convertim llops en gossos i, amb mil accions d’aquestes, desmuntem la biosfera. I per què l’instint ètic no ens frena?

Teodor W Adorno, en estudiar els règims totalitaris, es va adonar que podien funcionar si les víctimes no tenien visibilitat. Fem el mereix amb els animals. Si no en veiem el maltractament, no en som conscients. I no veiem ni granges amb animals estibats ni escorxadors. Si desapareixen espècies, i no ho sabem, no les trobem a faltar.

L’ecofeminista Karen Warren ja ens deia que érem ridículs, si pensàvem que la natura era irracional. I el problema de fons és que no tractem la biosfera malament per error, sinó perquè volem. Tenim odi a la terra, que ens obliga a treballar, com en tenim al nostre propi cos, que sabem vulnerable i  mortal. Voldríem fugir a un altre món amb la cursa espacial o ser altres  amb el posthumanisme robòtic.

En la nostra societat del benestar  estem plens de xacres –ansietats, problemes mentals, addiccions...– i ens fa por veure’ns així. Caldria reinventar-nos, reconnectar-nos amb la natura. Però fer-ho exigeix canvis pregons i radicals –de conviccions, valors, dietètics, lleure...– i són més difícils de dur a terme que no pas culpar el capitalisme

Finalment, en la tercera part de la xerrada la ponent ha demanat què es pot fer en una situació així i ha proposat vies de solució. La majoria es pensa que la solució demanarà molts recursos i molta tecnologia i que serà molt costosa. Si canviéssim nosaltres, no hauria de ser així. Nosaltres no sabem curar la Terra; s’ha de guarir ella mateixa.

La ponent ha acceptat que hi havia informes sobre l’escalfament del planeta i la pèrdua de biodiversitat des dels anys 60. Ara, fem el que fem, sabem  arribarem tard, però, tot i així, costa posar-s’hi. I, si no ho fem, podem arribar al que s’anomena un punt de no retorn enrere. Les conseqüències poden ser tan terribles com per fer inhabitable el planeta per a l’espècie humana.

Joahan Rockström, ex-director del Centre de Resliència d’Estocolm, que treballa per la sostenibilitat global, ha explicat que certes mesures –per exemple, si assolíssim no llençar més gasos d’efecte hivernacle a l’atmosfera–, podria ser que nos servissin de gaire perquè l’atmosfera ja hagués assumit l’escalfament que li hem provocat. No ens creiem que la forma de vida que portem posa en risc la nostra supervivència.

Així les coses, ha proposat un doble moviment, el de decreixement de l’activitat humana –fins i tot  de l’índex de natalitat, perquè hem d’assumir que la superpoblació no és bona–, cosa que no agrada a ningú, i menys quan es pinta com un retorn a les cavernes, i el de permetre la recuperació de la vida salvatge. Això suposa fins i tot un canvi de dieta: un règim amb molta carn suposa una gran despesa energètica de pastures i animals. Per a Brian Machovina, una dieta carnívora no hauria de superar el 10%.

Tot això suposa  canvi d’hàbits i conviccions. Ara, si no ens hi posem, la natura ens farà decréixer per força amb pandèmies, clima, gana, set, meteors... I ho farà a la seva manera calamitosa, com ja comencem a tastar amb nevades espectaculars, pandèmies, temporals marítims... Es tractaria de parar el cop, de posar una escala al decreixement caure de cop, si no volem una tempesta perfecta en què s’ajuntin escalfament, malalties i altres desastres.

A partir d’aquí, Tafalla ha explicat experiències de renaturalització com la del riu Manzanares, que van fer Ecologistas en acción (es pot llegir a Santiago Martín Barajas: Río arriba 1979-2019), exposà la posició de l’Asociación de Veterinarios abolicionistas de la tauromàquia y del maltrato animal (Avatma) i va oferir al públic diverses referències, entre les quals, les següents: Daniel Quammen: Contagio: la evolución de las pandèmias (Debate: 2020);  Jordi Palau: Rewilding Iberia: explorando el potencial de la renaturalización en España (Lynx: 2020) i George Monbiot amb tres obres cabdals: La era del consenso: manifiesto para un nuevo orden mundial (2003), Calor: Cómo par el clentamiento global (2008) i Salvaje: renaturalizar la tierra, el mar y la  vida humana (2017).

També les ciutats s’haurien de renaturalitzar i que els habitants hi poguessin conrear hortes properes. No pot ser que el 19% del pressupost de la UE (30.00M€) segueixi anant a la ramaderia, hi hagi pressupost per a determinats transgènics i vagin 430 M€ per al brau de lídia. No podem ser un obstacle per a la vida animal. Les carreteres, per exemple, vertebren el territori per als humans, però no pas per a les altres espècies.

S’ha comprovat que el retorn a la natura és saludable, ens fa més sans i més feliços, i en aquest sentit ha esmentat el llibre de Richard Louv, Los últimos niños del bosque (2018). Viure a prop d’un parc redueix el risc de determinades malalties. La ponent ha defensat convençuda que el retorn a la natura ens seria del tot beneficiós per a dones i homes.

La xerrada ha obert molts interrogants. Se li ha demanat des de clarícies sobre el decreixement fins a la introducció d’ossos i llops al Pirineu, passant per l’ajuda de les espiritualitats i religions per assolir el canvi necessari, els grups i discursos ecologistes, més o menys radicals, la necessària transformació de producció d’aliments...  La veritat és que els tres quarts d’hora de debat van passar com si res. A la una en punt es va cloure l’acte, com de costum, amb l’anunci del proper Espai Obert per al proper 20 de febrer que porta per títol  Economia i societat: l‘economia enfront d’una nova època, a càrrec de l’economista Xavier Ferrer, President del Consell català per al moviment europeu.

Me van a perdonar que pueda parecer desagradecido. Este domingo el matinal de fin de semana de Cataluña Radio ha dedicado un extenso reportaje a la fe y los jóvenes. Está muy bien y es de agradecer que el equipo de El Suplement de Roger Escapa hayan fijado la mirada de un espacio de máxima audiencia en este tema. La crítica no es el reportaje, que no ha caído en el frikismo y gracias a Dios ha escogido una chica católica normal. La crítica es al sustrato.

Ja em perdonaran que pugui semblar desagraït. Aquest diumenge el matinal de cap de setmana de Catalunya Ràdio ha dedicat un extens reportatge a la fe i els joves. Està molt bé i és d’agrair que l’equip de El Suplement de Roger Escapa hagin fixat la mirada d’un espai de màxima audiència en aquest tema. La crítica no és al reportatge, que ha fugit del frikisme i gràcies a Déu ha escollit una noia catòlica normal. La crítica és al substrat.